Author Archives: Antonio Chiappetta

Le capanne

Non molti di voi ricorderanno cosa fossero, e quale funzione avessero, le capanne che venivano costruite sulla spiaggia del Porto fino agli anni sessanta. In effetti “la tradizione” continuò anche oltre quella data, almeno fino a che la costruzione del molo nord e della banchina, non eliminarono per sempre la spiaggia.
La necessità di costruirle, era dettata dal fatto che, essendo le barche dei pescatori esclusivamente di legno, durante l’estate, andavano protette dal sole che, altrimenti, tendeva a dilatare il fasciame (detto taùlama in dialetto) con le conseguenze che è facile immaginare. Ovviamente non tutte le barche riuscivano a trovare posto all’ombra delle capanne; solitamente vi si mettevano quelle a motore (i primi entrobordo) e/o quelle più grandi e meno utilizzate nel periodo compreso tra Luglio e Agosto dato che, per le tipologie di pesca praticata in quella parte dell’anno (filaccioni, totani, catranelle ecc.), erano sufficienti le lance “’i lanzi” che quasi tutti i marinai possedevano come seconda imbarcazione o come unica, nel caso in cui questa veniva usata per tutto l’anno, per esempio alla maniera d’ ‘u Vaccaru. Quelle esposte alla canicola venivano protette con un lenzuolo bianco e spesso “innaffiate” dal proprietario con numerose secchiate d’acqua: operazione che non sempre risultava sufficiente a scongiurare la tenuta del fasciame. Per questo motivo i marinai erano costretti ad “abbunare” le lance affondandole completamente vicino la riva e lasciandole in “ammollo” per qualche giorno in modo da consentire al legno di dilatarsi e favorire la successiva calafatatura. L’uso di costruire le capanne verso la metà di giugno risale indietro nel tempo sicuramente prima dello scorso secolo, ma è a partire da inizio ‘900 che se ne hanno prove fotografiche. Nel 1908 ad esempio, se ne costruivano addirittura tre: una al termine della “’mbraiata” e a ridosso delle “doganelle” e altre due in prossimità dell’attuale bar del Porto, in modo che la restante parte della grande spiaggia potesse essere utilizzata per asciugare le reti delle lampare. Dagli anni ’50-‘60 di capanne ne veniva impiantata una sola ad una trentina di metri dalla riva, solitamente a forma rettangolare (approssimativamente: larga 12, alta 3 e lunga 6 metri). Per la costruzione venivano utilizzati dei pali in legno, la cui stabilità era rafforzata mettendo varie corone di pietre, nello scavo, attorno al palo stesso. Nel periodo di non utilizzo i pali venivano custoditi dai marinai che possedevano ‘nu funnicu. La copertura della capanna era costituita da fascine di “sparto” (piante di ginestra) anche queste custodite nei fondaci e riutilizzate, opportunamente integrate con delle nuove, per garantire una copertura uniforme che assicurasse l’ombreggiatura giusta. Nelle calde a assolate giornate estive, non solo le barche trovavano ospitalità sotto le capanne, ma anche qualche marinaio dedito alla pennichella (tipicamente Poscio’), qualche coppietta che si scambiava effusioni e, naturalmente, noi ragazzi che godevamo della frescura in attesa che calasse il sole per iniziare la giornaliera partita a pallone.

Ad Aldo

E così, una tranquilla sera di Settembre, l’amico fraterno Aldo ci ha
lasciati. Se n’è andato nel “suo” mese, quando è appena iniziata la stagione
della pesca delle alici e dei tonnetti, consentita ai giapponesi ma non agli
Italiani e da noi non più praticata ormai da qualche anno, per qualche
problema di gioventù.
Un amante del mare, il suo mare, che mal sopportava potesse essere
limitato da vincoli e avere la sensazione di essere chiusi in una riserva
Indiana.

Chi non ha condiviso l’infanzia con i ragazzi del ‘52, sulla spiaggia del
Porto e poi del Crivo, non può capire il legame profondo che ci unisce,
perché per noi Aldo non è morto e mai morirà fin quando vivremo.
E’ enormemente difficile trovare le parole per dare l’estremo saluto ad una
persona che di parole, per il Porto, ne ha sempre avute di belle, a volte
critiche, ma sempre divertenti, tanto da strappare un sorriso a chiunque
l’ascoltasse.

Abbiamo avuto il privilegio e la fortuna di condividere appena settant’anni
di vita, niente in confronto a chi ha l’eternità, per fare con lui, e sono tanti,
una partita a tressette o una pescata a bolentino. Per non sbagliare uno
gliel’ho messo nella bara. Non si può mai sapere… un bacio nel vento.

In ricordo del serg. cann. Beniamino Zaccaro.

Il ricordo va esteso a QUANTI ERANO CON LUI SUL SOMMERGIBILE “JANTINA”, dopo il recente ritrovamento del suo relitto.

Relitto del sommergibile italiano Jantina affondato durante la seconda guerra mondiale dal sommergibile britannico HMS Torbay, giace a sud dell’isola di Mykonos, Mar Egeo, Grecia, 03.11.2021

– Da “Con la pelle appesa a un chiodo” – Jantina :

“Entrato in servizio il 1 marzo 1933, era un “sommergibile di piccola crociera della classe Argonauta (650 tonnellate di dislocamento in superficie e 800 tonnellate di dislocamento in immersione). Insieme al gemello Jalea, si distingueva dalle altre unità della classe per il diverso apparato motore (motori diesel FIAT e motori elettrici CRDA, mentre Salpa e Serpente avevano motori diesel Tosi e motori elettrici Marelli, ed Argonauta, Medusa e Fisalia avevano motori sia diesel che elettrici CRDA).

Effettuò in guerra 7 missioni offensive/esplorative e 4 per trasferimento od esercitazione, percorrendo in tutto 5634 miglia in superficie e 1203 in immersione, e trascorrendo 72 giorni in mare”

Beniamino

E così, in una gelida giornata di gennaio, ha lasciato per l’ultima volta il Porto. E’ andato a riunirsi alla “chiurma” dei mitici zu Monicu, u Vaccaru, Cilarduzzu e tutti gli altri Marinai per andare a pescare nel mare LIBERO del Paradiso. Solo chi ha conosciuto o avuto, come quelli della mia età, o poco più giovani, la fortuna di frequentarli quando il cemento non aveva ancora fatto scempio della spiaggia, può capire il vuoto definitivo che hanno lasciato.

La Croce

Ricordi di Saverio Formica – testo Tania Formica

Intorno agli anni ‘30 “ngoppa a u muragliuni” era posizionata una croce recante il simbolo dei Missionari Oblati dell’Immacolata, li accanto si trovava anche una fontanella, quando comiciarono i lavori per allargare il viottolo che oggi è via Racia, la croce fu spostata su un grosso scoglio situato sull’attuale rotonda in cima “a mbraiata”, accanto allo scoglio (la cui ombra dava riparo dal cocente sole estivo) si trovava un pino. L’imbruttimento del Porto era appena cominciato e il peregrinare della croce non si era ancora concluso, infatti, lo scoglio fu rimosso e il pino estirpato, la croce fu spostata su un grosso scoglio che la natura aveva posizionato su un treppiede naturale formato da altri scogli, questi furono opportunamente modellati fino a formare una vasca che raccoglieva l’acqua del fiumiciattolo che sorgeva dalla Timpa e costeggiando l’attuale Residence Molo Nord arrivava fino alla Darsena, la vasca veniva utilizzata per lavare i panni e l’acqua del fiumiciattolo, raccolta con “mummule” e “langedde”, dissetava i Portaioli oltre ad essere utilizzata per bagnare i tagliamani, prima del passaggio della mazzoccola e dell’intreccio dei libani. Alla vasca si arrivava attraverso un viottolo che costeggiava il grosso scoglio, intorno agli anni ‘50 il mare si riappropriò del suo masso e probabilmente divenne uno dei tanti sui quali fu costruito il molo.

Il fiumiciattolo non è sparito, continua a scorrere sotterraneamente e in parte fluisce nel fiume che sfocia dietro il molo.