Author Archives: Antonio Chiappetta

Il dialetto Marateota

Il dialetto marateota: alcune considerazioni.

Nei primi decenni del secolo scorso il Sud d’Italia fu oggetto di studi linguistici da parte, soprattutto, di filologi e glottologi tedeschi; fra questi la figura di Gerhard Rohlfs è senza dubbio quella che ha saputo ricevere il testimone dai viaggiatori teutonici dell’Ottocento, quelli per intenderci del “viaggio in Italia”, in particolare l’eredità di J.W. Goethe. Non è nelle nostre facoltà e conoscenze presentare analisi glottologiche e nemmeno ripercorrere l’incredibile opera di ricerca fatta da Gerhard Rohlfs: ci interessa, in questa nostra incursione fra le opere del Nostro, mettere in rilievo alcune osservazioni che lo studioso ebbe modo di rilevare durante alcuni soggiorni a Maratea. Vi proporremo estratti dal suo “Studi linguistici sulla Lucania e sul Cilento” ed. Congedo riportandone le copie anastatiche in formato pdf. Famoso per aver scoperto alcune isole linguistiche galloitaliche in Basilicata fra le quali, la confinante con Maratea, Trecchina, ci ha anche lasciato interessantissimi vocabolari e dizionari di toponimi e soprannomi frutto delle sue ricerche calabresi. Come ricordano nel loro sito (https://www.aptbasilicata.it/a_galloitalico/index.html) gli studiosi guidati dalla dott.ssa M.T. Greco, è stato lo stesso Rholfs a fornire un semplice e infallibile sistema per scoprire i dialetti derivati dalla colonizzazione medioevale della Lucania da parte di popolazioni piemontesi del monferrino. Riportiamo il vademecum per improvvisarsi esperti glottologi come ben evidenziato nel sito indicato dal link:

* 1)Mio fratello;

* 2) Capra;

* 3) Testa;

* 4) Sapone;

* 5) Glielo mandai per darglielo.

* 1) i dialetti meridionali mettono il possessivo dopo il nome di parentela, vedi il meridionale: fràteme; i dialetti galloitalici lo mettono prima: vedi titese: mi frà;

* 2) i dialetti meridionali conservano il tipo càpra; i dialetti galloitalici spostano la -r- nella prima sillaba: vedi titese cràva;

* 3) i dialetti meridionali hanno generalmente il tipo capa; i dialetti galloitalici hanno il tipo testa;

* 4) i dialetti meridionali mantengono la -p- immutata e conservano la sillaba finale -ne, vedi meridionale sapone; i dialetti galloitalici sonorizzano la -p- e fanno cadere la –ne, vedi titese savó;

* 5) il tipo meridionale è ngi ’o mannài pe ngi’o da; il tipo picernese è nghe lu mannài pe nghe lu rà

Il dialetto marateota, pur non facendo parte di queste isole linguistiche, ha alcune peculiarità che lo rendono riconoscibile come dialetto di passaggio fra il calabrese e il campano e non solo per ovvii motivi geografici. le note e certificate contiguità linguistiche con il latino e in parte col greco, sebbene riscontrabili nelle vulgate limitrofe al comune lucano, assumono a Maratea una connotazione tutta particolare e ne fanno un unicum, con Camerota nel Cilento, dalla Calabria cosentina fino alla valle del Sele in Campania. In questo senso si debbono collocare le pagine che seguono che, al di là di ogni tecnicismo grammaticale, appaiono evidenti a chiunque ponga mente ai discorsi che si sentono nei vicini paesi, o nei nostri mercati. È sicuramente, quello della mancata dittongazione, la caratteristica che fa particolare e unico il dialetto marateota tant’è che ciascuno di noi ha caratterizzato i dialetti del circondario sottolineandone proprio la frequenza del dittongo.

Buona lettura.

Il fiume e l’oceano

Dicono che prima di entrare in mare

il fiume trema di paura.

A guardare indietro

tutto il cammino che ha percorso

i vertici,le montagne,

il lungo e tortuoso cammino.

che ha aperto attraverso giungle e villaggi.

E vede di fronte a sé un oceano così grande

che a entrare in lui può solo

sparire per sempre

Ma non c’è altro modo.

Il fiume non può tornare indietro.

Nessuno può tornare indietro.

Tornare indietro è impossibile nell’esistenza.

Il fiume deve accettare la sua natura

e entrare nell’oceano.

Solo entrando nell’oceano

la paura diminuerà,

perché solo allora saprà

che non si tratta di scomparire nell’oceano

ma di diventare oceano.

 

Dicinu ca prima ‘i trasi a mmàri

’u jumu trèmi ddi pàura.

A guardà arretu

tutta ‘a via c’ha fattu

‘i pizzi ‘i muntagni,

’u camìnu lòngu e arravugliàtu.

ca s’è apèrtu mmènzu a voschi e pàisi.

e vìditi nnandi ‘a iddi nu mari accussì gròssu

ca a ngi tràsi da indù ngi po’ sulu

scumparì pi sempi

Ma non ngè ata manera.

’U jumu no po’ turnà arretu.

Nisciunu po’ turnà arrètu.

Turnà arrètu no si po’ fa campènnu.

’U jumu adda favurisci a natura sua

adda tràsi a mmari.

Sulu trasènnu a mmari

’a paùra càliti,

picchì sulu tannu ‘u jumu sàpiti

ca non s’ tratti di scumparisci intu ‘u mari

Ma ‘i divintà mari

(Khalil Gibran)

SantoJanni di Letizia Labanchi

                                 

  

Son qui, in mezzo al mare
esposto
ai violenti libecci

L’onde si frangono gonfie ed oscure
contro le mie scabre pareti
oppur mi lambisconolievi
confinandomicon leggero sussurro
dolci segreti.

Io ascolto
con lo stesso paziente interesse
amari contrasti,
tenere voci
e tormenti

Sono il cuore fedele
che comprende e conforta,
sono il saggio
pronto ad accogliere

senza stanchezza
l’onde che il vento
fa sorridere,piangere,
o urlare,
in questo mare
misterioso e profondo
che è la vita
dell’uomo

Porto

Prima che, in nome del progresso e di chisà cos’altro, Le spiagge nella frazione Porto erano due quella “grande” la cui toponomastica era semplicemente “‘a rena du portu” . Le foto della pagina Home del sito bastano e avanzano per far rendere conto ai nostri “Posteri”, che non hanno avuto la nostra fortuna per averla vissuta e frequentata, che gioiello fosse. Mi stò permettendo, indegnamente visto che Luca, giustamente, nel suo scritto non vi dedica apposita mensione, di aggiungere qualche considerazione personale dato che sulla toponomastica, in questo caso c’è poco da ricercare. Il Porto era “La spiaggia”. Per me ,e non solo la più bella del mondo, abituati, come eravamo, noi bambini dell’epoca, a scendere da casa in costume e andare a fare il bagno o a giocare a pallone, scalzi, da novembre a maggio. Era il centro della vita del Borgo, cosi come adesso ma, per giudicare la differenza, basta guardare la realtà e confrontarla con le foto della pagina iniziale.

Spiaggia del Crivo

È la spiaggia che oggi si vede chiusa tra i moli del porto. Il termine crivo, piuttosto comune nella toponomastica marateota, è il locale dialettale per “clivo”. Dal 1992 è interdetta alla balneazione a causa del pericoloso movimento franoso delle rocce sovrastanti. Agli inizi degli anni settanta, lungo il pendio che si inerpica fino alla panoramica, precipitarono da quest’ultima, causa un errato progetto della curva ,due auto mentre una rimase in bilico sul bordo senza cadere.

Marina e Castrocucco

Cala Jannita

È la spiaggia che nella cartellonistica stradale viene indicata come “Spiaggia nera”, nome che in realtà appartiene al principale stabilimento balneare qui posto. Il suo nome, ripristinato nella stragrande maggioranza delle carte e guide turistiche – grazie anche, fa piacere scrivere, al lodevole impegno della proprietà del lido “Spiaggia nera” – deriva probabilmente dall’isoletta di Santo Janni, che si affaccia nello specchio di mare davanti questa spiaggia.