Author Archives: Antonio Chiappetta
La Croce
Ricordi di Saverio Formica – testo Tania Formica
Intorno agli anni ‘30 “ngoppa a u muragliuni” era posizionata una croce recante il simbolo dei Missionari Oblati dell’Immacolata, li accanto si trovava anche una fontanella, quando comiciarono i lavori per allargare il viottolo che oggi è via Racia, la croce fu spostata su un grosso scoglio situato sull’attuale rotonda in cima “a mbraiata”, accanto allo scoglio (la cui ombra dava riparo dal cocente sole estivo) si trovava un pino. L’imbruttimento del Porto era appena cominciato e il peregrinare della croce non si era ancora concluso, infatti, lo scoglio fu rimosso e il pino estirpato, la croce fu spostata su un grosso scoglio che la natura aveva posizionato su un treppiede naturale formato da altri scogli, questi furono opportunamente modellati fino a formare una vasca che raccoglieva l’acqua del fiumiciattolo che sorgeva dalla Timpa e costeggiando l’attuale Residence Molo Nord arrivava fino alla Darsena, la vasca veniva utilizzata per lavare i panni e l’acqua del fiumiciattolo, raccolta con “mummule” e “langedde”, dissetava i Portaioli oltre ad essere utilizzata per bagnare i tagliamani, prima del passaggio della mazzoccola e dell’intreccio dei libani. Alla vasca si arrivava attraverso un viottolo che costeggiava il grosso scoglio, intorno agli anni ‘50 il mare si riappropriò del suo masso e probabilmente divenne uno dei tanti sui quali fu costruito il molo.
Il fiumiciattolo non è sparito, continua a scorrere sotterraneamente e in parte fluisce nel fiume che sfocia dietro il molo.
Il dialetto Marateota
Il dialetto marateota: alcune considerazioni.
Nei primi decenni del secolo scorso il Sud d’Italia fu oggetto di studi linguistici da parte, soprattutto, di filologi e glottologi tedeschi; fra questi la figura di Gerhard Rohlfs è senza dubbio quella che ha saputo ricevere il testimone dai viaggiatori teutonici dell’Ottocento, quelli per intenderci del “viaggio in Italia”, in particolare l’eredità di J.W. Goethe. Non è nelle nostre facoltà e conoscenze presentare analisi glottologiche e nemmeno ripercorrere l’incredibile opera di ricerca fatta da Gerhard Rohlfs: ci interessa, in questa nostra incursione fra le opere del Nostro, mettere in rilievo alcune osservazioni che lo studioso ebbe modo di rilevare durante alcuni soggiorni a Maratea. Vi proporremo estratti dal suo “Studi linguistici sulla Lucania e sul Cilento” ed. Congedo riportandone le copie anastatiche in formato pdf. Famoso per aver scoperto alcune isole linguistiche galloitaliche in Basilicata fra le quali, la confinante con Maratea, Trecchina, ci ha anche lasciato interessantissimi vocabolari e dizionari di toponimi e soprannomi frutto delle sue ricerche calabresi. Come ricordano nel loro sito (https://www.aptbasilicata.it/a_galloitalico/index.html) gli studiosi guidati dalla dott.ssa M.T. Greco, è stato lo stesso Rholfs a fornire un semplice e infallibile sistema per scoprire i dialetti derivati dalla colonizzazione medioevale della Lucania da parte di popolazioni piemontesi del monferrino. Riportiamo il vademecum per improvvisarsi esperti glottologi come ben evidenziato nel sito indicato dal link:
* 1)Mio fratello;
* 2) Capra;
* 3) Testa;
* 4) Sapone;
* 5) Glielo mandai per darglielo.
* 1) i dialetti meridionali mettono il possessivo dopo il nome di parentela, vedi il meridionale: fràteme; i dialetti galloitalici lo mettono prima: vedi titese: mi frà;
* 2) i dialetti meridionali conservano il tipo càpra; i dialetti galloitalici spostano la -r- nella prima sillaba: vedi titese cràva;
* 3) i dialetti meridionali hanno generalmente il tipo capa; i dialetti galloitalici hanno il tipo testa;
* 4) i dialetti meridionali mantengono la -p- immutata e conservano la sillaba finale -ne, vedi meridionale sapone; i dialetti galloitalici sonorizzano la -p- e fanno cadere la –ne, vedi titese savó;
* 5) il tipo meridionale è ngi ’o mannài pe ngi’o da; il tipo picernese è nghe lu mannài pe nghe lu rà
Il dialetto marateota, pur non facendo parte di queste isole linguistiche, ha alcune peculiarità che lo rendono riconoscibile come dialetto di passaggio fra il calabrese e il campano e non solo per ovvii motivi geografici. le note e certificate contiguità linguistiche con il latino e in parte col greco, sebbene riscontrabili nelle vulgate limitrofe al comune lucano, assumono a Maratea una connotazione tutta particolare e ne fanno un unicum, con Camerota nel Cilento, dalla Calabria cosentina fino alla valle del Sele in Campania. In questo senso si debbono collocare le pagine che seguono che, al di là di ogni tecnicismo grammaticale, appaiono evidenti a chiunque ponga mente ai discorsi che si sentono nei vicini paesi, o nei nostri mercati. È sicuramente, quello della mancata dittongazione, la caratteristica che fa particolare e unico il dialetto marateota tant’è che ciascuno di noi ha caratterizzato i dialetti del circondario sottolineandone proprio la frequenza del dittongo.
Buona lettura.
SantoJanni (di Letizia Labanchi)
Son qui, in mezzo al mare
esposto
ai violenti libecci
L’onde si frangono gonfie ed oscure
contro le mie scabre pareti
oppur mi lambisconolievi
confinandomicon leggero sussurro
dolci segreti.
Io ascolto
con lo stesso paziente interesse
amari contrasti,
tenere voci
e tormenti
Sono il cuore fedele
che comprende e conforta,
sono il saggio
pronto ad accogliere
senza stanchezza
l’onde che il vento
fa sorridere,piangere,
o urlare,
in questo mare
misterioso e profondo
che è la vita
dell’uomo
Porto
Prima che, in nome del progresso e di chissà cos’altro, le spiagge nella frazione Porto erano due: quella “grande” la cui toponomastica era semplicemente “‘a rena du portu” e il Crivo. Le foto della homepage del sito bastano e avanzano per far rendere conto ai nostri “Posteri”, che non hanno avuto la nostra fortuna per averla vissuta e frequentata, che gioiello fosse. Mi sto permettendo, indegnamente, visto che Luca Luongo, giustamente, nel suo scritto non vi dedica apposita menzione, di aggiungere qualche considerazione personale dato che sulla toponomastica, in questo caso c’è poco da ricercare. Il Porto era “La spiaggia”. Per me, e non solo, la più bella del mondo, abituati come eravamo, noi bambini dell’epoca, a scendere da casa in costume e andare a fare il bagno o a giocare a pallone, scalzi, da novembre a maggio. Era il centro della vita del Borgo, cosi come adesso ma, per giudicare la differenza, basta guardare la realtà e confrontarla con le foto della pagina iniziale.
Spiaggia del Crivo
È la spiaggia che oggi si vede chiusa tra i moli del porto. Il termine crivo, piuttosto comune nella toponomastica marateota, è il locale dialettale per “clivo”. Dal 1992 è interdetta alla balneazione a causa del pericoloso movimento franoso delle rocce sovrastanti. Agli inizi degli anni settanta, lungo il pendio che si inerpica fino alla panoramica, precipitarono da quest’ultima, causa di un errato progetto della curva, due auto e una terza rimase in bilico sul bordo senza cadere.
Marina e Castrocucco
Cala Jannita
È la spiaggia che nella cartellonistica stradale viene indicata come “Spiaggia nera”, nome che in realtà appartiene al principale stabilimento balneare qui posto. Il suo nome, ripristinato nella stragrande maggioranza delle carte e guide turistiche grazie anche, fa piacere scriverne, al lodevole impegno della proprietà del lido “Spiaggia nera” – deriva probabilmente dall’isoletta di Santo Janni, che si affaccia nello specchio di mare davanti questa spiaggia.