A mio zio (di Mario Chiappetta)

 

 

 

Era un po’ di tempo che, mio malgrado, non visitavo il sito curato dai miei fratelli e dal simpatico amico Aldo Fiorenzano. Ebbene, sono rimasto come sempre colpito da tutte le storie riportate e raccontate e che, nonostante siano già state lette e rilette, lasciano sempre in me qualcosa di indescrivibile tale che, ad un certo punto, mi è venuta spontanea una considerazione: perché raccontare le storie o gli aneddoti solo dopo la scomparsa dei protagonisti?
E’ così che, tra una lettura e l’altra e la serie infinita di ricordi che queste suscitano in me, ho preso carta e penna ed ho sentito il bisogno di provare a raccontare il periodo della mia infanzia e gioventù vissuto accanto a zio Beniamino, sostenuto dal desiderio di poter quanto prima condividere con lui quei ricordi di vita quotidiana così belli e significativi che hanno scandito la sua vita e segnato, soprattutto, la mia.

L’idea mi è venuta dopo aver letto le storie e visto le foto riferite ad alcuni pescatori e personaggi del Porto del calibro di Zu’ Monacu e u’Vaccaru … e considerando che la mia infanzia, seppure esclusivamente per alcuni periodi dell’anno, l’ho vissuta al Porto ed in particolare (vista la mia infinita passione per la pesca), insieme ai marinai di questo piccolo, ma unico per le sue bellezze, incantevole posto di mare.
Il mio amore per il mare e la pesca nascono molto presto. Le mie prime esperienze di pesca si sono materializzate all’età di cinque anni quando, pur non sapendo ancora nuotare, mio zio mi portava in barca con lui legandomi alla murata per evitare che potessi cadere in acqua.

Vivendo e studiando a Napoli, oltre alle feste di Natale e Pasqua, in cui si coglieva l’occasione per venire al Porto a trovare nonna Marina, era il periodo estivo che mi permetteva di trasferirmi, da solo, a casa dei miei parenti con l’unico obiettivo di poter andare a pesca con zio Beniamino.
Pertanto, da metà maggio agli inizi di ottobre, le mie giornate e nottate trascorrevano tra reti, ami, totamare, alici, tonni, dentici, ricciole, cernie, saraghi e scorfani…a stretto contatto con
Zu Monacu, Cilarduzzo,’u Spagnolu, Caramellu, Giampietru ecc ecc.
In pratica diventavo, in quel periodo, il marinaio di zio Beniamino, praticando, sotto la sua guida, tanti tipi di pesca ed ero sempre pronto ad aiutarlo in tutto ciò che faceva: a me bastava anche solo guardarlo in azione per essere felice.

Ricordo ancora oggi, a distanza di anni, tantissimi episodi, compresi quelli in cui vedevo gli altri pescatori uscire per calare le reti e zio Beniamino che mi diceva: “’u tempu nonn è bbonu”…gli altri andavano a totani noi non uscivamo perché c’era il rischio che venisse a piovere…che non poteva darmi le lenze per pescare i tonni grandi perché mi avrebbero tirato in acqua…e questi motivi, inconcepibili per un bambino, mi davano l’unico motivo per biasimarlo.

E come non ricordare quando la mattina presto (verso le quattro) si affacciava al balcone di casa per scrutare le condizioni atmosferiche e, fumando la prima sigaretta giornaliera, farsi premura di concedermi di riposare ancora qualche minuto per poi, con cura, venire a sfiorarmi un piede per svegliarmi. Poi si passava da nonna Lisetta per verificare che tutto fosse a posto ed uscire quindi in barca per prendere il largo.
Anche le sue barche suscitano ancora ricordi: i gozzi S.Gerardo, S. Salvatore e le diverse lance fra cui la S. Rita, utilizzata per i mestieri da praticare nelle vicinanze del porto ed infine quella che, con il suo solito gusto per le pescate epiche ha voluto giustamente chiamare, in omaggio a Kirk Douglas, più che ad Hemingway, ”Il vecchio ed il mare”.

Nel periodo in cui si pescano i tonni, la mia felicità sopravveniva soprattutto la sera, dopo cena, quando, con due semplici parole, invitava zia Giuseppina a preparare la borsa della merenda del giorno dopo (menù fisso: pane, pomodori ed un fiasco d’acqua)…significava che saremmo stati a caccia di tonni per tutto il giorno… e quante volte il S.Gerardo fu stracolmo di alici e tonni e le mie mani di bambino tagliate dal filo delle lenze e senza mai un lamento; altrimenti conoscevo già la risposta: “tu domani non vieni!!!”
E ricordo come se fosse oggi, che dovendo lui utilizzare ‘u coppitu lasciava a me il timone affidandomi il compito di guidare la barca nella maniera migliore affinché potesse riempire il retino di alici e, nel momento in cui gridava: ”tira a frizziuni” voleva comunicarmi di aver fatto il pieno, che la barca doveva fermarsi e che il momento più bello era arrivato: tonnellate di tonni appallati sotto la barca e che spesso abboccavano anche senza esca!!! Altri tempi…

E come dimenticare le uscite con i “filazzuni” da mettere nelle tane delle cernie che lui conosceva come le sue tasche…il tutto sotto un sole cocente, in pieno agosto, alle tre del pomeriggio!!!
Ricordo una mattina, dopo aver recuperato le lenze con l’esca ancora intatta le ributtammo in mare all’altezza dell’Isola di Santo Janni e, dopo un paio di ore di traina, recuperammo le lenze prendendo contemporaneamente tre cernie di 4-5 kg l’una.
Quante altre cose potrei raccontare, dai suoi aneddoti sulla politica con i suoi amici della Democrazia Cristiana al naturale passaggio di consegne alla morte di Zu’ monacu quale punto di riferimento del Porto per tutti coloro che, d’estate e non, lo frequentavano e lo popolavano per diversi motivi.
Tutti cercavano e cercano ancora zio Beniamino: chi lo conosceva per salutarlo e fare quattro chiacchiere con lui chi, sentendone parlare, faceva di tutto pur di farne conoscenza e sapere chi fosse…
Ancora oggi i suoi vecchi amici, i suoi conoscenti, appena arrivano al Porto per le vacanze, vanno a salutarlo o chiedono di lui con grande piacere.

La sua vita ha sempre avuto un legame indissolubile con il Porto. Qualche volta mi chiedeva di accompagnarlo a Maratea paese per qualche commissione ma le sue erano visite brevissime, quasi come se si sentisse un estraneo appena perdeva la vista dell’abituale orizzonte marino. Allo stesso modo, pochissime volte, lo ricordo in altri posti lontano dal Porto. A suo modo è stato ed è un grande uomo, originale e fedele agli insegnamenti dei maestri marinai, aiutato in questo dalla fortuna di avere al suo fianco una donna con la “ D” maiuscola i cui pregi non possono essere elencati solo perché svariati; una seconda mamma per me e per i miei fratelli, sempre un punto di riferimento per la nostra numerosa famiglia.

Ora il destino ha voluto che le gambe di zio Beniamino, dopo tanto dignitoso lavoro, non gli consentano più di fare quelle due rampe di scale che gli avrebbero permesso di stare nel posto che ha occupato per ottant’anni: ’a mbrajata du’ Portu, la sua spiaggia, i suoi amici, le sue barche, il suo mare.
Ma io, ad ogni modo, sono felice lo stesso quando, aprendo la porta di casa sua e dopo averlo salutato, gli sento dire: “quando te ne vai?” come se volesse misurare il tempo in cui mi avrebbe a disposizione e questa sua espressione mi dà la cifra del suo volermi bene; lo stesso bene che noi tutti, ma io in particolare, gli vogliamo. Grazie di tutto, mio caro Zio.

Con affetto
Mario

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2 Responses to A mio zio (di Mario Chiappetta)

  1. aldo fiorenzano ha detto:

    quando è il cuore a raccontare, che commento vuoi fare…, ogni frase, ogni periodo,ogni sillaba detta, si commenta da sola e riconduce sempre allo stesso luogo…. u mari è funnu… è funnu assai, dove azioni e sentimenti si mescolano insieme e, quando li richiami alla mente…. anche inghiottire la saliva, ti torna difficile…..

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  2. Biagio Calderano ha detto:

    Nella tua descrizione sento accanto a me il fumo della sua perenne sigaretta e rivedo il suo sorriso sornione e accondiscendente…!

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