…Mofalànnu…
Oggi, S. Gennaro Martire, mofalànnu, diremmo in dialetto, ci lasciava il nostro caro amico e sodale, Aldo. In quest’anno, trascorso sempre troppo velocemente, lo abbiamo ricordato in ogni sede ed occasione opportuna, non ultima, la stampa del volumetto “’u funnicu” presentato al Porto lo scorso undici aprile, e dedicato specialmente a lui e al suo determinante contributo ispirativo.
In quell’occasione cercammo di ripercorrere, per sommi capi, le vicende che ci portarono, verso la fine del secolo scorso, ad unire le nostre esperienze, le testimonianze e i materiali raccolti, in un’impresa più ambiziosa che la semplice e già attuata, operazione di salvataggio di memorie: esercitare fattivamente la facoltà di ricordare e rimanere fedeli al principio contenuto nell’opuscolo curato da Aldo nel quale raccolse una consistente mole di dati… ”Per non dimenticare”.
Da questa emergenza, a noi già presente e pressante da tempo, l’idea di realizzare questo pretenzioso “Museo virtuale della civiltà marinara” attraverso il quale poter arginare la scomparsa, anche nell’oblio della memoria, di una cultura tramandata oralmente grazie all’esempio di quel fare quotidiano che era la vita dura degli uomini e le donne di mare.
In questa occasione, ricorrenza che abbiamo voluto significare non sterile ed esclusivamente celebrativa, vogliamo ripartire dall’esperienza lavorativa di Aldo per ampliare, secondo le nostre modeste possibilità e accedendo al sapere autorevole e consolidato di eminenze del pensiero che ci hanno preceduti (preceduti nel pensiero oltre che nella cronologia), il discorso sulla memoria.
Riprendendo spunto da una relazione che Aldo curò in veste di bibliotecario della Soprintendenza Archeologica della Basilicata, dal titolo “Le materie scrittorie: conservazione e restauro”, si vuole cominciare il discorso sulla memoria mediante alcuni estratti da questa relazione per proseguire, poi, interrogando altri pensatori che hanno trattato con significato l’argomento.
“Da sempre l’uomo ha avvertito l’esigenza di trasmettere e conservare le proprie esperienze e la propria storia. Dalla trasmissione orale, quindi, ha tentato di conservare queste esperienze su materiale duraturo scrivendo dei segni su materie naturali come la corteccia degli alberi: nacque così il “LIBER”…E’ nostro dovere quindi conservare nel miglior modo possibile e trasmettere questo materiale, inesauribile fonte di ricchezza proveniente dal nostro passato.” (da “Le materie scrittorie: conservazione e restauro” di Aldo Fiorenzano)
Con lo sviluppo della tecnologia, il termine memoria non denota solo la facoltà di ricordare tipica delle capacità della mente umana ma estende il suo significato a serbatoio di dati, contenitore informatico di appunti, foto e documenti storici digitalizzati, elementi cioè, che non si identificano esclusivamente con la suddetta facoltà di ricordare. Sicuramente andrebbe sondato e studiato anche questo aspetto, vista la pressante e inevitabile deriva digitale cui tutta la società è sottoposta. Qui, altrimenti, ci interessa riportare l’attenzione sulla memoria come facoltà indagata dai filosofi e, soprattutto, a quella sua pratica attualizzata nel fare quotidiano. Riporto uno stralcio dal racconto di Erri De Luca, “Tu mio”, dove è più chiaro il concetto: “…Nicola mi ha insegnato il mare senza dire: si fa così. Faceva il così e così era giusto, non solo preciso ma bello da vedere, mai di fretta. Il così di Nicola aveva l’andatura delle onde, i suoi gesti facevano una rima che imparavo a intendere. […] E quasi senza occhi, le mani andavano da sole. Lui poteva guardare altrove, il lontano o niente, lasciando le mani a fare da sole. Quella era l’opera, il davanti, mentre il resto del corpo era solo un sostegno di pazienza.”
Partiamo, dunque, prima di interrogare alcuni maestri del pensiero, dalle più semplici ma a nostro avviso significative etimologie dei termini “ricordo” e “memoria”. Il ricordo, ossia l’atto di ricordare, viene dal latino recordari composto dalla particella re – di nuovo, addietro, indicante ritorno – e cordàre da cor genitivo di còrdis – cuore. In sintesi “ricondurre al cuore” (un tempo si riteneva il cuore l’organo sede della memoria). La memoria, dal latino memor, è colui che ricorda e dunque, per esteso, la facoltà di ricordare propria del genere umano.
Già sembra delinearsi, solo da questa sintetica e incompleta etimologia, il piccolo viaggio che intendiamo percorrere esercitando, immodestamente, la strategia di chi è consapevole di camminare per sentieri già battuti meritoriamente da altri e che, per questo, ci si limita a ri-cordare.
Per Platone, si potrebbe sintetizzare il concetto di memoria in questi termini: conoscere è ricordare. A voler essere più precisi Platone parla di reminiscenza, ossia un ricordo più denso di significato trattandosi della conoscenza di verità che tutte le anime posseggono prima di incarnarsi. La reminiscenza si differenzia dal ricordo in quanto esperienza di verità completa, sia sensibile che intelligibile, atto cosciente di recupero attivo da quel contenitore che è la memoria.
Allievo di Platone, Aristotele, definisce il ricordo esclusivamente come facoltà della memoria escludendo ogni implicazione gnoseologica derivante dall’Iperuranio platonico pur distinguendone i significati rispetto alla reminiscenza. La memoria ci porta alla mente le cose del passato mentre la reminiscenza è atto volontario di ricerca in quella memoria.
Agostino d’Ippona considera la memoria come lo strumento essenziale per conoscere la verità. In un dialogo con Adeodato contenuto nel De magistro, Agostino afferma che il principale compito del maestro sia quello di insegnare attraverso “un certo modo…per richiamare alla memoria…noi impariamo qualora ricordiamo”. Il linguaggio, del resto, nella concezione agostiniana, non è altro che un mezzo di cui ci serviamo per riportare in essere i ricordi accedendo alla memoria.
Facendo un bel salto in avanti con i tempi, fra Ottocento e inizi Novecento, si possono trovare, in mezzo a tanti filosofi impegnati nell’impresa di cimentarsi con questo tema, anche due grandi letterati. Fëdor Dostoevskij e Marcel Proust. Del primo possiamo riportare un aforisma molto esplicativo: “sappiate, dunque, che non c’è nulla di più elevato, di più forte, di più sano e più utile nella vita che un bel ricordo, specialmente se è un ricordo dell’infanzia, della casa paterna…se un uomo riesce a raccontare uno solo di questi ricordi rimane con noi, nel nostro cuore, anche quello solo può essere un giorno la nostra salvezza”. Con buone probabilità, Proust e il filosofo Henri Bergson, ebbero modo, vista la loro parentela acquisita, di discutere di questo argomento considerando che lo scrittore può essere definito un neuroscienziato in erba e, il filosofo, uno dei più grandi studiosi della memoria. Nella famosa Recherche, Proust distingue una memoria involontaria da una volontaria e ne intende dimostrare la veridicità attraverso la scena delle madeleines che spiegava così nel 1913: “Per me, la memoria volontaria, che è soprattutto una memoria dell’intelligenza e degli occhi, ci offre del passato soltanto facce prive di verità, ma basta che un odore, un sapore ritrovati in circostanze del tutto diverse, ridestino in noi, senza che lo vogliamo, il passato, e subito sentiamo quanto tale passato fosse diverso da quello che credevamo di ricordarci e che la nostra memoria volontaria dipingeva, come i cattivi pittori, con colori senza verità”. Per introdurre e trattare l’argomento secondo Bergson, ci serviremo di alcune lezioni di Giorgio Agamben, tenute rispettivamente, a novembre 2025 presso gli Uffizi e nel maggio del 2026 a Viterbo, da cui trarremo gli aspetti che qui ci interessano. Dice Agamben: “anche i libri e le opere d’arte sono delle figure attraverso cui conserviamo questa tensione della memoria individuale e collettiva. Capite che se questo è vero, se la memoria è il tonos, la tensione vitale del nostro essere, allora entrare in quel luogo della memoria che è una biblioteca o anche un museo, non è qualcosa di scontato, è piuttosto un’operazione ardua e rischiosa (ci permettiamo di rimandare, in questo sito, alle epigrafi della sezione Poesie, in cui sembra esserci comunanza con gli avvertimenti di Emily Dickinson e nelle Storie al Museo d’ombre di Bufalino) in cui è in gioco, appunto, la struttura stessa del nostro essere al mondo”. Questo vorremmo che fosse, questo museo virtuale, per tutti i nostri visitatori: fornire la consapevolezza di giocarsi la propria essenza quando ci si avventura per i campi sconfinati della memoria. Continua Agamben: “ieri non è ancora sorto, non è ancora veramente stato (citando Mandelstam). Quindi l’idea è guardare al passato come qualcosa che non è veramente stato, che non è qualcosa di finito ma, al contrario, come qualcosa che può e deve ancora avvenire. Noi siamo abituati a credere che le possibilità siano nel futuro…ma il futuro non c’è, invece il passato c’è ed è il passato che contiene la possibilità perché non è mai stato veramente e, in un certo senso, può e deve ancora avvenire. Vi proporrei il passato come una utopia, anzi come una ucronia, un tempo che non è ancora veramente stato e il ricordo, la memoria, hanno a che fare con questo tempo…e quindi le opere che il museo contiene vanno viste in questa prospettiva: una memoria che si riferisce ad un tempo che non è veramente finito, che non è passato, che ancora offre una possibilità”. Sono evidenti le strutture del pensiero di Bergson circa il concetto di memoria e che riassumerei efficacemente con le stesse parole usate da Agamben: “l’essere umano è memoria, non ha memoria…” ciò esplicita nettamente la natura ontologica della memoria bergsoniana dove, la memoria abitudinaria e la memoria immagine (così le chiama Bergson), restano legate fra loro e interconnesse. La prima è l’insieme dei meccanismi che assicura la nostra continuità cioè: siamo memori di noi stessi. La seconda, invece, è soltanto una memoria che allinea i singoli eventi, singoli ricordi. Ecco perché questo nostro museo ha la irriverente e immodesta pretesa di non essere mero contenitore di “cose da tenere” separate dalla normale quotidianità e promuovere, allo stesso tempo, una conservazione attiva del nostro patrimonio collettivo.
Marcello Veneziani scrive: “il ricordo, spiegava Soren Kierkegaard nell’opera in vino veritas, non è la memoria. Il vecchio, ad esempio, perde la memoria ma gli resta qualcosa di profetico e poetico, i ricordi. Il ragazzo, invece, ha una forte memoria e pochi ricordi.” Veneziani sottolinea l’aspetto fondamentale insito nell’etimologia del termine (qui sarebbe interessante ricordare la distinzione fra parola e termine adoperata da Leopardi nello Zibaldone): “il ricordo suscita il sentimento della perdita, la nostalgia… e un fatto nella vita che sia ricordato, è già entrato nell’eternità…chi ricorda non è indifferente…la memoria, poi, è soprattutto pubblica e storica, il ricordo è soprattutto intimo e affettivo.” E ancora: “conoscere è ricordare, ricordare è amare, amare è attenzione, e l’attenzione è premessa al conoscere e ricordare.” Un circolo virtuoso che si può leggere nel recente libro di Marcello Veneziani “c’era una volta il sud” ed. Rizzoli.
Concludiamo il viaggio con Maurizio Ferraris che nel suo “Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce” (ed. Laterza) distingue: “i ricordi sono, invece, le rappresentazioni che possiamo ripetere, e che – a voler sottilizzare – si distinguono in memorie (le rappresentazioni che si ripetono senza un nostro sforzo volontario) e reminiscenze (quelle che cerchiamo volontariamente e che al limite fissiamo con artifici mnemotecnici)…ecco dunque perché l’immaginazione si rivela parente stretta della memoria…Una conseguenza cruciale del possedere rappresentazioni è che tra due soggetti è possibile reciprocità.” Ecco, infine, che ci imbattiamo in un altro termine chiave rappresentato da quella reciprocità che consente di trasformare i nostri singoli e personali ricordi, attraverso la condivisione, in memoria collettiva da mantenere e valorizzare. Con Aldo, riaffermiamo il valore del racconto come unico esercizio che può mantenere attiva la memoria così come testimoniano gli aforismi con i quali chiudiamo.
“povera è la persona che non ha storie da raccontare ed è ancora più povera quella persona che, pur avendone, non le racconta”. Aldo Fiorenzano
“l’architettura deve essere ambiziosa senza ipocrisia e, consapevole di questa responsabilità, deve avere a disposizione un patrimonio che ci si è costruiti nel tempo, patrimonio disinteressato di idee, di sensazioni disposte nella memoria.” Angelo Bianco (in ARK n°7, XI 2011)
“dimmi un fatto e apprenderò, dimmi una verità e crederò, ma raccontami una storia e vivrà nel mio cuore per sempre”. proverbio indiano
“il passato è la mia patria” Gesualdo Bufalino
“io faccio progetti solo per il passato” Ennio Flaiano
“abbiamo problemi con la storia. E quando una società perde la memoria, perde la sua identità ed è in pericolo” Ian McEvan
“in fondo siamo il nostro ricordo, un museo immaginario di mutevoli forme” Jorge Luis Borges
“i ricordi non sono la vita, ma sono una tra le poche facoltà di cui disponiamo per darle un senso” Marcello Veneziani
“…e sa [Melville ndr] che i migliori poemi sono quelli raccontati da marinai illetterati sul castello di prora” da prefazione a Moby Dick di Cesare Pavese
“il passato reca con sé un indice segreto che lo rinvia alla redenzione. Non sfiora forse anche noi un soffio dell’aria che spirava attorno a quelli prima di noi? Non c’è, nelle voci cui prestiamo ascolto, un’eco di voci ora mute?…se è così, allora esiste un appuntamento misterioso tra le generazioni che sono state e la nostra. Allora noi siamo stati attesi sulla terra. Allora noi, come ad ogni generazione che fu prima di noi, è stata consegnata una ‘debole’ forza messianica, a cui il passato ha diritto.” Walter Benjamin
“certe persone importanti, in quanto tali, non sono più con noi ora, ma il loro spirito è ancora qui e quindi è nostra responsabilità decidere se questo spirito rimanga vivo oppure no, dipende da noi. Perciò dovremmo usare lo strumento del loro meraviglioso pensiero o delle loro meravigliose idee e assumerle come nostre. Allora il loro spirito rimarrà vivo e potrà essere più efficace. Solo un ricordo o qualche celebrazione non sono sufficienti se non continuiamo la loro opera.” Tanzin Gyatso, XIV Dalai Lama
In completa sintonia con quanto spiegato in argomento, mofalànnu non è un termine buttato lì a caso; concorda pienamente e afferma, allo stesso tempo: con il significato ontologico della memoria e ciò che lo attualizza, lo rende presente. Adesso è un anno fa, così tradurrei il termine dialettale per rendere chiaro il senso di un passato che esiste solo se incontra le nostre volontà e, grazie a loro, rivive nel presente, riportato all’oggi. Mo’ (abbreviazione di modo, dal latino da cui deriva), cioè adesso, or ora, è l’irrimandabile hic et nunc dei latini. Perciò, in leggero disaccordo con S. Agostino diremmo: il tempo passato è, in quanto possibile nel presente; presente che è sempre, mentre il futuro sarà sempre pura immaginazione, vaga e indefinita evasione dalla realtà.