Storie
Cenzino
“Ma cu a dittu ca a Santuiannu fa caudu?” Cosi solevamo dirci, io e Cenzino, quando l’ennesima ondata ci copriva e noi dovevamo agguantarci agli scogli per non essere trascinati in mare compresa la canna che, tenacemente, serravamo tra le mani. Solo se il mare era abbastanza mosso a Santoianni era possibile pescare le occhiate grandi e noi, quando le altre barche rientravano per il mare mosso, uscivamo, ormeggiavamo la barca nella cala di terra e,pieni di stroglie, dovevamo fare quasi il periplo dell’isola per raggiungere la posta delle occhiate che si trovava nella parte a ponente della punta di fuori. Le stroglie erano le canne, i secchi con il richiamo, la busta con l’esca, le bottiglie dell’acqua, la busta con i panini e la scatola con tutti gli attrezzi da pesca. Dovevamo indossare i pantaloni lunghi e le calze per sopravvivere ai morsi dei moscerini e delle pulci che,a migliaia, coloravano le nostre gambe di nero.
Una volta raggiuntoli posto, dopo aver depositato tutto l’armamentario in una conca lontana dagli spruzzi, procedevamo a “camiare” buttare cioè il richiamo (una miscela di pane, formaggio, pomodori, crusca e scorze di pancarré) a mare. La mollica del pancarré era invece la pasta che usavamo come esca speciale per insidiare le occhiate. Mentre la pastura, gettata in mare, faceva il suo effetto di richiamo, noi completavamo i preparativi armando la canna con la massima accuratezza in modo da scongiurare, per quanto possibile, eventuali slamate che avrebbero spaventato il branco di occhiate tanto che queste non avrebbero più abboccato per parecchio tempo.
Con la stessa cura con cui avevamo armato la canna cercavamo il posto migliore per iniziare la pescata, tenendo conto del pericolo che correvamo nel caso fossimo stati investiti da un’ondata in quanto gli scogli dell’isola sono appuntiti e taglienti. Bisognava gettare la l’amo nelle turbolenze delle onde perché solo li le occhiate, perdendo la loro proverbiale diffidenza, abboccavano strattonando violentemente la canna.
Era un’emozione continua, tra pesci che abboccavano, marosi che ti spruzzavano in faccia e il tentativo di indirizzare l’occhiata abboccata verso la conca, alle nostre spalle, in modo da slamarle e riporla nel secchio. Spesso ci aiutavamo a vicenda per guadinare le occhiate più grosse, per non rischiare di perderle, anche se questa operazione ci risultava fastidiosa in quanto ci distoglieva momentaneamente dalla pesca cosi cercavamo di cavarcela da soli. Dopo una mezz’ora di pesca concitata, le occhiate sparivano dandoci cosi modo di fare la “posta”, lasciavamo cioè che l’esca raggiungesse il fondo in modo che abboccasse qualche sarago,una salpa e, più raramente, un cefalo. Quando anche questo tipo di pesca non produceva più frutti, ci concedevamo una pausa. Guardavamo il pesce pescato, facevamo qualche commento e, subito dopo, prendevamo il panino con la mortadella mangiandolo con grande goduria, io bevevo la birra e Cenzino l’acqua minerale fredda. Finito il rito del panino, ributtavamo in mare altro richiamo (in portatolo camiatoio) e, mentre questo provvedeva a riportare le occhiate in superficie, noi rifacevamo le lenze danneggiate nel corso della prima pescata.
Quando ricominciavamo a pescare riprendevano le scariche di adrenalina. Qualche volta abboccavano due occhiate contemporaneamente, ed era una bella lotta per riportale in secco, spesso una si slamava con grande disappunto e relative imprecazioni sia mie che di Cenzino. A fine pescata il secchio era sempre pieno e la sfacchinata per raggiungere la barca sempre pi grande. Talvolta capitavamo sull’isola quando i gabbiani vi avevano nidificato per cui tutta la pescata erra accompagnata da un concerto di lamenti e se,per caso, passavamo vicino ad un nido, le madri dei piccioni ci attaccavano sfiorandoci a grande velocità. Arrivati al porto andavamo direttamente davanti all’officina di Cenzino per dividerci il pescato secondo la tecnica di: uno a me e uno a te.Poi lui lo regalava ai suoi amici e io ai miei , uno in particolare Romano che era sempre presente nella spartizione.
Per tanti anni è durato questo pescare con Cenzino in punti della costa considerati estremi per la difficoltà a raggiungerli, tra questi Aquafredda e Valle dell’acqua nei pressi di Castrocucco fino al giorno che un male incurabile ha distrutto la resistenza di Cenzino rendendo vani interventi chirurgici e terapie. Quando passo per questi posti, provo una stretta al cuore, mille pensieri e mille ricordi mi attanagliano la gola, quante belle storie vissute insieme, quanti discorsi fatti pescando e quanti lunghi silenzi ci facevano compagnia. Non ho ancora travato il coraggio o la voglia di riandare in quei posti né solo né con altri, consapevole che nulla potrebbe essere come prima, ma quando ci passo mi pare ancora di vetderti, con la canna in mano, imprecare contro quell’occhiatona che ti aveva fregato e risentiti ancora una volta dire “ ma cu a dittu ca a Santuiannu fa caudu?”
Il mare ha di questi miraggi.
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Cardinali
Era il 4 settembre 1934, al porto c’era una tempesta di libeccio, le onde solcavano quasi tutta la grande spiaggia e lambivano le prime case. Il vento soffiava fortissimo, ciò faceva presagire un ulteriore aumento della mareggiata .
Tutte le barche erano state tirate a secco e le ultime venivano lambite dalle onde tanto che i marinai le avevano legate tra di loro e agli scogli con i libani, corde vegetali di produzione indigena.
Quattro o cinque ragazzi, come sempre succedeva, non resistettero alla tentazione di tuffarsi tra i grandi flutti. L’acqua era ancora calda anche se il vento soffiava sempre più forte. Saverio Romano, il fratello Peppino, Ciccillo Igno Agno e qualche altro ragazzo si tuffarono sotto le onde per riemergere appena dopo. Le onde creavano dei vortici tremendi che spingevano i ragazzi verso il largo. Questi nuotavano con vigore verso terra ma venivano subito richiamati dalla violenta risacca verso il largo.
Per un po’ Saverio restò ad osservare i ragazzi, poi si accorse che erano in difficoltà e si tuffò per andarli a prendere. Sulla spiaggia intanto alcuni marinai, parenti dei ragazzi cominciarono a preoccuparsi e ad ammonirli dicendo loro di rientrare a riva immediatamente. Il mare diventava sempre più mosso, il vento soffiava fortissimo e il panico cominciava a prendere i ragazzi che, pur essendo vicino alla riva, non riuscivano a montare sull’onda che, anche se rovinosamente, li avrebbe sospinti sulla spiaggia.
Saverio era il più grande nuotatore del porto, aveva un fisico possente e una buona dose di coraggio. Diede uno sguardo ai ragazzi e subito si diresse verso Ciccillo Igno Agno che sembrava più in difficoltà perché stanco; gli si avvicinò, lo prese per un braccio e con grande vigore lo spinse sopra l’onda che lo avrebbe rotolato sulla spiaggia come un pezzo di legno galleggiante. Subito dopo raggiunse Peppino, suo fratello, ormai stremato ed impaurito, lo rincuorò e lo sospinse di forza verso riva.
Le onde si facevano sempre più grandi e frangevano sempre più a largo tanto che Peppino fu letteralmente travolto e centrifugato verso terra dove riemerse sul bagnasciuga. Restò per un po’ carponi nella schiuma esausto e tremolante, poi si alzò sulle ginocchia per non farsi riportare in acqua dalle onde di ritorno. Ad un tratto venne buttato a terra da un violento calcio nel sedere che suo zio Biasino Romano gli scagliò con violenza per punirlo della imprudenza che aveva commesso mettendo a repentaglio la sua vita e quella di suo fratello. Lo zio evidentemente non si era reso conto delle condizioni di Peppino che quasi svenne e dovettero soccorrerlo. Peppino non ha mai perdonato a suo zio quel calcio.
Saverio intanto era andato a soccorrere l’ultimo naufrago ed insieme a lui si fece rotolare a terra. Si scrollò di dosso le alghe e la sabbia e incoscientemente ficcò la testa sotto un’onda di dimensioni mostruose. Non si capì cosa fosse successo, fatto sta che quando riemerse Saverio non muoveva più il braccio destro e con l’altro nuotava e faceva dei segni forse di aiuto. In quel momento sembrava che il mare avesse capito la difficoltà in cui si trovava ed ancora di più gli inveiva contro. A tre a tre le onde precipitavano a riva sempre con più fragore e violenza. L’acqua entrava nelle case e intorno alla spiaggia la gente diventava sempre più numerosa e subito si capì che Saverio era in grande difficoltà, non aveva più quella padronanza che gli aveva permesso di mettere in salvo gli altri ragazzi.
Qualcuno pensò di aiutarlo buttando in mare dei grossi sugheri che i marinai usavano per la pesca, altri addirittura le tavole dei letti con la speranza che Saverio potesse prenderli e sorreggersi. La disperazione colse i parenti quando si accorsero che lui non riusciva a trattenere i galleggianti, le mani erano molli, la presa insicura , la furia del mare gli strappava il galleggiante dalle mani che aveva così faticosamente agguantato. Il tempo passava e Saverio diventava sempre più debole, si pensò allora di andare a Sapri a chiamare la Paranza, un grosso peschereccio che subito levò le ancore e prese il largo diretto verso il porto. Arrivato al largo di Acquafredda il peschereccio dovette invertire la rotta e tornare a Sapri, rischiò di affondare sotto i violenti flutti del mare in tempesta. Le speranze di salvare Saverio divennero così sempre più fievoli. La gente del Porto ormai disperata assisteva inerme alla tragedia che si stava consumando sotto i loro occhi.
La madre di Saverio non era presente perché era andata a Scalea a trovare una sorella malata. Non rivide più suo figlio vivo perché un’onda ancora più grande lo sbattè violentemente contro la scogliera e subito dopo se lo trascinò al largo facendolo scomparire tra i flutti. Subito dopo il mare, ormai pago, cominciò a sedare la sua furia e nel giro di qualche ora era quasi calmo. Fu ripescato nelle reti dopo qualche giorno a largo della torre Filocaio ed ora riposa nel cimitero di Maratea.
Il suo soprannome era: “CARDINALI”.
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La Ricciola (battaglia in apnea)
Alla metà degli anni novanta a Maratea furono installate, a largo di Marina, delle “gabbie” per l’allevamento di spigole e orate. Erano costituite da un’intelaiatura di tubi in cui era contenuta aria compressa per consentirne l’affondamento in caso di mare agitato, e da un enorme rete a forma di sacco dove veniva allevato il pesce. Il sito scelto aveva una profondità di circa 45 metri per cui, quando venivano affondate, la parte superiore delle gabbie veniva a trovarsi a circa venticinque metri dalla superficie. L’itticoltura delle spigole era stata affidata a Pasquale Schettino, coadiuvato da due esperti sub: il figlio Biagino detto “’u gammiru” e da un suo amico Biagio Limongi detto “cipuddina”. I due avevano il compito di assistere Pasquale nelle operazioni che richiedevano la loro presenza in mare. Fra queste: la verifica del corretto affondamento delle gabbie, della loro integrità e, in ultimo, il benestare a “pescare il pesce” per portarlo ai mercati.
Durante queste operazioni i due Sub avevano notato, ad una profondità di venti metri, un grande branco di ricciole, di pezzatura variabile dai 15 ai 35 chili, che si aggiravano attorno all’allevamento attirate sia dalle prede contenute nello stesso che da quelle che, di tanto in tanto, fuoriuscivano durante le operazioni di “raccolta” o da falle nella rete. Ovviamente tale scoperta aveva suscitato in loro la volontà di effettuare qualche battuta di pesca subacquea in apnea attorno ai 25 -30 metridi profondità con la tecnica dell’ ”aspetto”.
Questa tecnica, per cui è necessario resistere sott’acqua abbondantemente oltre il minuto, consiste nell’immergersi ad una certa profondità, nel nostro caso sui25 metri corrispondente alla parte superiore delle gabbie, ed attendere il passaggio del branco per poter colpire. Il momento della giornata più propizio è l’imbrunire. L’attrezzatura del sub, oltre a prevedere le consuete componenti quali muta, pinne di profondità, maschera, boccaglio, piombi e pugnale, consta di un fucile a molla dotato di un arpione in acciaio posto alla fine di un’asta, dello stesso materiale, di oltre un metro.
L’asta è legata al fucile mediante una sagola, di lunghezza variabile dai 40 ai100 metri, ad alta tenacità alloggiata in un mulinello in modo che, una volta colpita la preda, si abbia la possibilità di poterla contrastare, una volta tornati in superficie, fiaccandone le forze in modo da riuscire a recuperarla facilmente. La stessa sagola può, tuttavia, rappresentare un gravissimo pericolo per un sub, in quanto, durante la “battaglia” si può impigliare in qualche ostacolo e impedire i corretti movimenti del nuoto subacqueo del pescatore. La tecnica e la notevole resistenza in apnea, avevano già consentito ai due amici di effettuare varie catture, alcune di pezzatura rilevante (25 -30 chili), nelle varie battute di pesca effettuate nello stesso luogo. Il pomeriggio del 5 luglio 1998, dopo aver svolto il solito lavoro insieme a Pasquale, i due decidono di tornare sul posto per una battuta di pesca prima del tramonto.
Con il gommone du “gammiru” si recano sul posto e, indossata l’attrezzatura, fanno varie immersioni scendendo in coppia, l’uno di seguito all’altro, fino a portarsi sui25 metri e attendere il passaggio del branco a ridosso dell’intelaiatura superiore della gabbia. Il fatto di immergersi in sequenza è reso obbligatorio sia dalla taglia delle prede che dalla loro forza e combattività perchè, in questi casi, un solo colpo potrebbe non essere sufficiente a consentire la cattura dell’animale. Solitamente la ricciola, essendo di indole curiosa, anziché allontanarsi velocemente alla vista di un sub, come qualsiasi altro pesce, ha la tendenza ad avvicinarsi all’intruso per vedere di cosa si tratti e per fargli capire, aprendo e chiudendo la bocca, che il “blu” è il suo territorio.
In quel pomeriggio, che ormai volgeva al crepuscolo, le tante immersioni non avevano portato ad alcuna cattura tanto che i due amici, quasi rassegnati, decidono di rientrare in porto. La razionalità della decisione, come spesso succede in presenza di un istinto da predatore, viene tuttavia prevaricata dalla tentazione di effettuare una ultima discesa. Scese per primo “Cipollina” seguito a ruota dal “gambero”. I due si portarono, nell’ordine, sulla sommità della gabbia quando notano, nel blu intenso del mare, una sagoma argentea che si muoveva attorno ai30 metri di profondità. Si trattava di un’esemplare solitario, enorme, mai visto fino ad allora nei tanti avvistamenti del branco. Il pesce si avvicinò ai due – per avere una buona possibilità di colpire efficacemente la distanza dalla preda non deve essere superiore ai 4 –5 metri – aprendo e chiudendo l’enorme bocca per segnare il territorio. Visto il “cliente” il “gambero” sperava che “Cipollina” non avrebbe sparato intuendo la pericolosità di una battaglia difficilissima pur essendo loro in superiorità numerica.
Ma, mentre lui sperava Biagio Limongi esplodeva il suo colpo proprio mentre il pesce stava per voltare la testa e tornare indietro. A questo punto, ‘nu gammiru, non restava altro da fare che sparare a sua volta per cui, sopravanzato il compagno esplodeva il suo colpo che affondava l’arpione nel dorso della ricciola. I due emersero badando a non impigliarsi nelle rispettive sagole, e cominciano la battaglia con il pesce. Con forza inaudita la ricciola tentava di liberarsi con poderosi strattoni che i due sub cercavano di contrastare come potevano fino a che, dopo 40 minuti e varie centinaia di metri più al largo dal punto in cui avevano colpito, la resistenza del pesce sembrò finire.
A questo punto, benché duramente provati dall’estenuante lotta, restava da compiere un ultimo sforzo per portare la ricciola in superficie. Lasciando la sua sagola nelle mani di “Cipollina” il “gambero” si immerge per essere sicuro che gli arpioni siano ancora sufficientemente saldi per consentire un sicuro recupero del pesce senza correre il rischio di perderlo dopo tanti sforzi. Arrivato sulla preda a circa 20 metridi profondità, aveva notato con grande apprensione, che la ricciola non era ancora morta e che l’unico arpione che teneva, a malapena, era quello sul dorso. Pur di non perdere un’esemplare simile, ‘u gammiru decise di compiere un’operazione temeraria. Infilò un braccio nelle branchie del pesce facendolo uscire dalla bocca e, rivolta la testa dello stesso verso la superficie, cominciò a nuotare verso l’alto in modo che eventuali colpi di coda lo avrebbero solo potuto agevolare nella risalita. Chissi su pacci!!!! (questi sono pazzi). Non credo siano molti i sub che possano vantare una tale preda: 62 kilogrammi e rotti per un metro e ottanta. (vedi foto). Ccà no cuntàmu chiacchiri (qua non raccontiamo frottole !!!).
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La nevicata del 1958
Restai qualche minuto ad osservare quell’ insolito paesaggio prima di iniziare a correre sulla grande spiaggia inseguendo il pallone in attesa che scendessero Aldo, Michele, Claudio e Virgilio tutti classe ’52 e tutti amici per la pelle. Mentre correvo fui indotto a fermarmi da un evento mai visto e, considerato il posto, di ricorrenza assai rara: cominciarono a cadere grossi fiocchi di neve che contrastavanocon il colore quasi nero di mare e cielo. Abbandonato il pallone cominciai a rincorrere quei batuffoli che mi circondavano per tutta la spiaggia, incurante dei richiami di mia nonna e mia madre che, invano, mi esortavano a rientrare in casa. Certamente il racconto non rende giustizia alle sensazioni di meraviglia e di felicità provate per il primo incontro con la neve, peraltro dove mai mi sarei aspettato di vederla, tuttavia ho voluto inserirlo tra i racconti di Aldo per far capire, a chi non ha avuto la fortuna di vivere quel Porto, quella spiaggia e quel periodo, cosa si è perso. Guardando le vecchie foto in bianco e nero spesso mi capita di chiudere gli occhi e ripensare a quegli anni, ricavandone un senso di serenità interiore che mi aiuta a superare i momenti difficili che la vita, inevitabilmente, riserva.
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La mareggiata
Era l’11 gennaio 1987…
Le previsioni del tempo portavano tempesta da sudovest. Un vento impetuoso soffiava dal mare e le onde si facevano sempre più alte. Il porto era pieno di barche: quelle stanziali,i pescherecci e le paranze, anche quelle di San Nicola Arcella e di Torre del Greco. C’erano dei lavori in corso e quindi si trovavano nel porto anche due chiatte: un pontone e un contenitore in ferro per il trasporto della sabbia. La tempesta era annunciata perchè la pressione atmosferica era bassissima. Solitamente, al Porto, la tempesta inizia da scirocco, poi continua dalibeccio e, infine, gira da maestrale per poi placarsi; pertanto la mareggiata dura, nella sua massima potenza, qualche ora o al massimo mezza giornata. Quel giorno la fase di libeccio che, a seconda dell’intensità del vento, è quella che produce le onde più alte e impetuose non durò poche ore bensì più di un’intera giornata, martellando impietosamente il molo con forza inaudita e mettendo a durissima prova, come vedremo, uomini e cose. Sin dalla mattina si era capito che quella non sarebbe stata una mareggiata come le altre, tanto che molte barche erano già state tirate in secco, dove ora c’è la piazza, altre sulla spiaggetta dentro il porto, e altre sulla salita dell’ex ‘mbraiata. Le barche che erano a mare avevano gli ormeggi tutti rinforzati; molti marinai e operatori portuali giravano sulla banchina con aria allarmata.
Il mare intanto saltava il molo con grande disinvoltura e raggiungeva anche la strada che porta sulla banchina tanto da trasformarla in un fiume in piena. La tempesta di vento nel frattempo trasportava la salsedine delle onde e, con le sue raffiche, oltre a salarti come uno stoccafisso, ti bagnava completamente. Cercammo riparo sotto la tettoia del bar da dove vedevamo onde gigantesche che sovrastavano il molo in lontananza, e raggiunto, lo superavano senza sfiorarlo per infrangersi direttamente nel porto: una cosa incredibile e mai vista neanche dai marinai più anziani. Per questo Beniamino, verso le undici, telefonò a Raffaele, proprietario dei pescherecci di Torre del Greco, per avvertirlo del pericolo di naufragio che correvano le loro imbarcazioni, invitandolo a precipitarsi a Maratea con tutto il suo equipaggio. La risacca nel porto era tremenda e superava il livello della banchina, quindi inondava la piazzetta, e le barche che erano lì in secca iniziavano ad essere mosse e capovolte. Intanto quelle che erano a mare cominciavano a rompere gli ormeggi, le ancore delle paranze aravano la sabbia e le barche si avvicinavano pericolosamente alla banchina. L’istinto invitava a salire a bordo per trincare le ancore, ma l’esperienza suggeriva che questa operazione alla fine non premia perché accorciando la cima si riduce anche la presa dell’ancora sul fondo e, infine, si è costretti a salparla del tutto, mettere in moto la barca e andare a ributtare l’ancora il più lontano possibile. Mentre si pensava il da farsi, il pontone ruppe gli ormeggi cominciando a sbattere a destra e a manca demolendo tutto ciò che urtava. Io riandai a casa a cambiarmi per la seconda volta e, quando riscesi, il porto era nel caos. Si prendeva la scossa dappertutto, anche sui muretti; le barche che avevano rotto gli ormeggi cominciavano a naufragare nel Crivo, altre galleggiavano prive di ormeggi nel porto, altre affondavano. Un’onda tremenda buttò la chiatta di ferro sulla banchina trascinandola sullo scivolo che era in prossimità della spiaggetta. Il mare nel porto lambiva le case e quasi entrava nel bar dove, di tanto in tanto, andavamo a riparaci dalla pioggia battente.
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A pesca con Gerardo
Cilardu i Sarchiuni, questo era il suo nome e soprannome, era un personaggio del Porto davvero singolare, dotato di una dote particolare: un altissimo senso dell’ironia e dello umorismo che lo rendevano di una simpatia unica.
Amava parlare con le persone e soprattutto raccontare episodi della sua vita trascorsa tra l’Italia e l’America del Sud. Ne aveva passati di tutti i colori, soleva dire, ed in guerra – la seconda mondiale – aveva perso un occhio in Albania. Raccontava che mentre correva in cerca di riparo, con un occhio fuori dall’orbita, passò vicino il suo comandante anch’esso ferito e carponi per terra. Dopo il primo impulso di continuare a scappare cercando di salvare la propria vita, tornò indietro ed aiutò il suo comandante a trovare riparo prima e a trascinarlo di peso verso l’ospedale di campo dopo. Memore di ciò il comandante a fine guerra gli fece ottenere una medaglia al valore militare e di conseguenza il posto da bidello nelle scuole medie in quanto reduce di guerra benemerito.
Non amava parlare di questo suo gesto di altissima umanità, preferiva piuttosto parlare della sua vita trascorsa in America, dove faceva il “carnicero”, il macellaio consapevole che la sua America era comunque il Porto di Maratea dove aveva lasciato i suoi averi e i suoi affetti.
Aveva un occhio di vetro che teneva un poco più chiuso dell’altro, un sorriso con la bocca un poco storta ed un’ironia che ti faceva sorridere prima ancora di avere raccontato del tutto le sue storie. Anche se dal contenuto spesso drammatico lui riusciva sempre a trovare nei suoi racconti il lato umoristico, tipo le sue liti con Gesù o con San Biagio quando non riusciva a pescare nemmeno il pesce occorrente a sfamare i suoi figli, che erano quattro tra cui due gemelli i quali, essendo nati molto piccoli subito vennero soprannominati “mezzochilo” dal presunto loro peso. Gridava sulla spiaggia una volta, dopo essersi tolto riverentemente il basco dalla testa, che Gesù si era sbagliato pensando che fosse stato lui a metterlo in croce perché in quel tempo non era ancora nato quindi era ingiusto quell’accanimento contro la sua persona che, pur lavorando come una bestia non riusciva a provvedere come voleva alla sua famiglia.
Quando io l’ho conosciuto, prima come mio bidello alle Scuole Medie, poi come marinaio accanito, era già una persona agiata: bella casa, bell’orto da lui ben curato e bella barca sorrentina con cui pescava con le reti di fondo e di superficie. Amava rischiare le sue reti quando il tempo non era buono in quanto sapeva che il mare “quando sentiva di tempo “ nel senso che quando era in peggioramento, era più pescoso. Infatti mi chiamò una volta per aiutarlo a togliere precipitosamente le reti sulla Secca della Giumenta, una grande secca al largo di Marina di Maratea, perché il mare, diventato improvvisamente molto mosso, rischiava di rovinarle tutte. Abbiamo faticato tantissimo e rischiato non poco ma alla fine abbiamo recuperato, con pochi danni, tutte le reti che erano piene di pesci. Per premiarmi dello aiuto e dal grande lavoro di braccia che avevo dovuto fare, mi regalò più pesci di quanti ne restassero a lui.
Ma lui era “susto“, appassionato di una pesca particolare che si chiama “minaita“. La pesca delle alici con una rete a piccole maglie che le seleziona una per una. Per dare una idea basta pensare che, mentre il “cingiorro“, sistema moderno per la pesca delle alici, ne prende quintali alla volta, la minaita le pesca letteralmente una alla volta quindi per pescare cinquanta chili di alici con questo tipo di pesca bisogna lavorare tanto; occorre prima trovarle, poi pescarle e poi toglierle dalla rete una alla volta.
Io avevo fatto tanti tipi di pesca con tutti i marinai del Porto ma alla minaita non ero mai andato, anche perché mi dicevano che era un lavoraccio, specialmente con Gerardo che era infaticabile ed era capace di farti sgobbare tutta la notte. Ad uno ad uno i suoi collaboratori lo abbandonavano perché il rapporto lavoro-guadagno era sfavorevole. Le alici che si pescavano con la minaita però erano particolari in quanto la rete pescava solo le più grandi e per staccarle bisognava tagliare loro la testa che restava spesso attaccata alle maglie della rete col risultato che si riempivano le cassettine con le alici già pulite, pronte da cuocere o da salare senza essere passate attraverso l’acqua ghiacciata come succedeva invece alle alici pescate col cingiorro.
Chi era intenditore sapeva che le alici di minaita erano le migliori in assoluto mentre a Massa, una frazione di Maratea, non se le comperavano perché, vedendole senza la testa, pensavano che non fossero fresche dal momento che le alici si guardano negli occhi per testarne la freschezza.
Gerardo trascorreva intere invernate, rischiando l’unico occhio che aveva a preparare queste reti per le alici ed in primavera cercava di racimolare una piccola ciurma per andare a pescarle.
Un giorno mi chiamò e mi chiese se ero disposto ad andare a pescare con lui, mi disse che con lui c’era già Blasitto il Nachiero, conosciuto marinaio del Porto e quindi con me la ciurma sarebbe stata al completo, mi rassicurò dicendomi che non mi sarei bagnato perché mi avrebbe dato il compito di remare a prua, lontano quindi dalla rete. Io gli dissi che non sapevo come si pescasse e che quindi non si doveva aspettare da me grandi prestazioni ma che ero disponibile ad imparare.
Nel tardo pomeriggio di un giorno del mese di aprile, con una busta contenente una grossa colazione scesi al Porto, un poco emozionato ma contento come lo sono sempre quando vado a pesca, per imbarcarmi sulla barca di Gerardo. Lui e Blasitto erano già pronti, con la rete già in barca e appena mi vede Gerardo, con il suo sorriso ironico mi dice: ”Sagli tridicicò” – il mio soprannome era “u figliu i tridicicocci”- e mi fece notare che ero un poco in ritardo.
Ci avviammo lentamente verso ponente e mentre Blasitto teneva tra le gambe il timone, Gerardo preparava le cime e dei grossi sugheri per calare in mare le reti. Era ormai il tramonto e Gerardo mi disse che dovevamo fare il “sinnotto”al largo di Fiumicello. Il sinnotto consisteva nel calare una piccola parte delle reti, farle pescare nella corrente di superficie per qualche tempo e poi sondare se fossero ammagliate delle alici. Dal loro numero e dalla direzione che avevano lui riusciva a capire dove bisognava calare il resto della rete oppure se bisognava cambiare zona.
Per togliere le alici dalla rete bisognava che questa salisse sulla barca sempre aperta e tesa, per ottenere ciò bisognava remare nel senso opposto alla direzione delle reti e in maniera costante. Facciamo il sinnotto al largo di Zanlurito, fuori Fiumicello e non otteniamo risultato. Gerardo ironizza guardando le uniche tre alici sulla poppa che avevamo pescato ed accenna un noto proverbio : “chi granu voi meti cu una spiga!” Ma subito dopo dice che andiamo a riprovare “ fora u bastimentu a l’armu ” una zona al largo di Cersuta, altra frazione di Maratea, e poco più avanti di dove eravamo.
Ricaliamo una parte della rete, risondiamo e questa volta le alici sono più numerose, continuiamo quindi a calare tutte le reti secondo le indicazioni di Gerardo. Dovendo aspettare qualche ora ne approfittiamo per mangiarci il “ tozzo di pane” come si soleva dire, nel mio c’era una serie di fette di soppressata paesana che in quel contesto aveva un sapore senza uguali. Gerardo mi offre un bicchiere di vino fatto da lui puntualizzando che era famoso per i suoi “ vini agri”- come era scritto sulla cantina di una sua parente- e che quindi prima di berlo mi dovevo reggere per non rischiare di cadere in acqua.
A questo punto, visto che dovevamo ancora aspettare e che eravamo allegri, decido di raccontare un finto fatto realmente accaduto per ironizzare sulla sua condizione di orbo. Gli dissi che un giorno ad un marinaio a cui mancava un braccio e in sostituzione aveva montato il “runciglio“ quella specie di gancio ricurvo in uso tra i pirati, era successo uno spiacevole incidente. Mentre puliva la sua barca gli schizzò una squama in un occhio e lui, nel tentativo di togliersela aveva sbagliato mano cavandosi l’occhio col runciglio.
Ci facemmo una sonora risata e lui disse che il suo unico occhio non correva questo rischio in quanto non usava il runciglio ma aveva capito benissimo che alludevo a “ Biasi u Pacciu “altro marinaio monco col quale forse aveva lavorato in America e di cui si raccontavano vari aneddoti.
Iniziamo a togliere le reti, Gerardo e Blasitto stanno a poppa a recuperarle e a smagliare le alici mentre io sto seduto sul boccaporto di prua con due grandi remi tra le mani ad agevolare loro il compito facendo salire la rete nel modo più comodo possibile. Il lavoro mio era monotono ed ogni tanto mi distraevo facendo volare la mente chissà dove
e venivo regolarmente richiamato all’ordine da una voce che in modo autoritario diceva: “mandeni”! Significando che dovevo remare. La pesca scorreva senza particolari emozioni e dopo un paio di ore abbiamo recuperato tutte le reti pescando due cassettine di alici ed una di sardine. Ero stanco e pensavo che Gerardo, ormai pago, avrebbe deciso di ritornare al Porto, invece si rivolse verso di me e disse:
“Tridicicò, mo iamu ad aspittà ca esci la stella fora a Signuredda o fora u Pizzu a Chiana “. Non avevo capito cosa volesse dire ma avevo comunque capito che non si trattava di qualcosa di buono. Chiesi chiarimenti a Blasitto che, con un mozzicone di sigaretta spento tra le labbra, mi disse che dovevamo recarci verso Praia a Mare, punto diametralmente opposto a dove eravamo e lì aspettare il sorgere di una stella per pescare fino a giorno inoltrato. A Signuredda era una montagna del gruppo del Pollino che faceva da segnale e U Pizzu a Chiana era una secca abbastanza profonda al largo della Secca di Castrocucco, la frazione più a sud di Maratea. Detto ciò Gerardo accelera il motore e si dirige verso il punto indicato. Faceva freddo e nel passare dopo l’isola di Santo Janni troviamo un vento gelido e di forte intensità che faceva salire a bordo gli schizzi d’acqua bagnandoci. Speranzoso pensavo che da un momento all’altro Gerardo dirigesse la prua verso il Porto vedendo le condizioni del tempo avverse ma lui esordì dicendo: “chistu è malipirtusu, è bontempu”.
Malipirtusu è il nome del vento locale che spira solo quando il tempo è buono quindi dovevamo pure essere contenti di morire di freddo e bagnati. Durante la navigazione dopo che gli spruzzi mi avevano abbondantemente bagnato, decido di calarmi dentro il boccaporto e sparire per un poco sotto la prua della barca mentre Gerardo e Blasitto restano a poppa dentro delle giacche di tela incerata accovacciati e spruzzati dal vento. Tra cassettine vuote di pesce e attrezzi vari riesco a crearmi un piccolo spazio sotto la prua dove poggiare anche la testa e sonnecchiare nonostante la puzza di umido che si mescolava a quella del gasolio e a quella di pesce emanata dalle cassettine. Quando sento il motore diminuire di giri mi accorgo che siamo arrivati e subito caccio la testa fuori dal boccaporto e mi strizzo con le mani gli occhi. “ Tridicicò, teniti prontu ca calamu i rizzi“ mi disse Gerardo annunciandomi che eravamo arrivati; mi mostra la sagoma di una montagna che compariva dietro un’altra e mi dice: “chidda è a Signuredda, appena sorgi la stella calamu“
[quella montagna è la Signuredda, appena sorge la stella caliamo la rete]. Puntuale come solo la natura sa essere dopo un poco compare una grossa stella da Est, è lei, subito caliamo tutte le reti e appena finito ritorniamo all’inizio per verificare. Nella prima rete niente, la rimolliamo in acqua, ci dirigiamo verso un grosso sughero che Gerardo chiama la paima che dà inizio alla seconda rete e lì compare il luccichìo di qualche alice, poche ma grandi è il commento di Gerardo e dopo un poco Blasitto esclama: “voca chicatu“
è il segnale che mi dovevo mettere ai remi e remare per tutto il periodo della risalita delle reti. E’ l’alba quando Gerardo dice che abbiamo fatto la nzertata significando che un sacco di alici sono ammagliate nello stesso punto della rete per cui bisognava tirarla lentamente e nello stesso tempo toglierne le alici. Gerardo e Blasitto erano molto bravi a smagliare il pesce mentre io mi sono dovuto arrendere dopo un poco perché mi si era ammorbidita la mano e l’unghia per cui non riuscivo a staccare la testa dal pesce e tirando rompevo la maglia della rete. “Lassa sta e va rima” disse Gerardo notando che il danno che facevo superava i benefici, ero quindi destinato a stare ai remi per tutta la durata della risalita delle reti che avveniva lentamente per dare loro il tempo di smagliare, alla fine mi ritrovai a remare sonnecchiando con la testa penzoloni. Dopo un’ora la poppa della barca era piena di alici enormi e alla fine ne abbiamo riempite cinque cassettine grandi. A me è toccata una bella cassettina piena alla cui vista mia madre, che non ama tanto i pesci, è rimasta di stucco. Un poco ne ha regalato ai vicini, altre le abbiamo mangiate fritte e con il resto ne ha fatto un bel vaso di alici salate che avevano il colore della carne di prosciutto, così disse mio padre.
A pesca con lui ci andai qualche altra volta , soprattutto a togliere le merluzzare, un sistema di pesca al merluzzo con le reti, meno faticoso e più redditizio.
Un giorno lo stavamo aspettando al porto per comperare il merluzzo e, invece di ormeggiare al solito posto, lo vediamo dirigersi precipitosamente verso la spiaggia e notammo che la barca era quasi affondata, riuscì appena ad arrivare. Gli andiamo incontro e vediamo che aveva a bordo oltre alle reti anche uno squalo vacca di oltre tre quintali di peso. In genere appena finito di togliere le reti, Gerardo le rimollava in acqua e se ne tornava a terra solo col pesce pescato, quella volta invece le reti erano pesantissime ed impiegò molto più tempo del dovuto, in più aveva pescato quel grosso pesce per cui, dai fori dove di solito usciva l’acqua cominciò invece ad entrare perché il peso aveva abbassato di molto la linea di galleggiamento, in più, avendoci raccolto le reti sopra non li poté nemmeno otturare per cui fu un miracolo che non affondò. “U mari non ti ni pirdoni mancuna” – Il mare non ti perdona gli errori – fu il commento di Gerardo quando finalmente si accorse dello scampato pericolo.
Anche lui ha lasciato un’ orma profonda nella storia del Porto e ricompare spesso negli episodi di vita locale che si raccontano.
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Antonio e Mariuccia ‘i Rosa
Mariuccia i Rosa era la perpetua del Porto. Una donna bassina, con i capelli bianchissimi, sempre vestita di scuro. Me la ricordo anziana ma non invecchiò più, era sempre la stessa. Curava la Chiesa, la Canonica e accompagnava noi ragazzi al Catechismo da Carmelina che era la badante, quasi adottata, di Antonio Alfieri, il primo commerciante amalfitano che alla fine dell’ottocento aveva aperto al Porto un negozio. Aveva la vocazione di suora di clausura ma il dovere di accudire il suo benefattore fino alla morte gli fece rimandare il suo progetto di molti anni. Progetto che portò a termine dopo la morte di Antonio Alfieri internandosi in clausura in un convento a Roma dopo aver venduto il suo negozio. Mia madre comperò da lei un comò con cinque cassettoni arrivato al porto via mare dal Cilento alla fine dell’ottocento, comò che tengo gelosamente custodito con la mia biancheria dentro che odora di pulito ma che sa di passato.
Mariuccia, Carmelina e Padre Salerno, parroco della Parrocchia del Porto, avevano in cura spirituale tutti noi ragazzi, con loro abbiamo fatto la carriera di chierichetti, prima Fiamma Bianca, poi Fiamma Verde ed infine Fiamma Rossa. In genere la carriera di chierichetto finiva col Sacramento della Cresima, ma non sempre.
Mariuccia i Rosa era una presenza costante e silenziosa nella Chiesa, occupava sempre il primo posto della fila di destra e restava incantata nell’ascoltare le prediche che facevano i Missionari Oblati di Maria Immacolata che venivano in occasione delle grandi Feste religiose. Uno di questi la scandalizzò perché volle mangiare il pollo pur essendo di venerdì, affermando che per loro missionari, quando erano in missione, il digiuno del venerdì era sospeso.
Ogni tanto imbucava una lettera alla posta, era una di quelle colorate che indicavano la via aerea, diceva che scriveva a suo fratello Antonio in America.
Un bel giorno ecco comparire al Porto una persona con i capelli bianchissimi e molto somigliante a Mariuccia, era proprio Antonio i Rosa.
La vita d’inverno al Porto è abbastanza triste e solitaria perché siamo in pochi quindi ogni nuovo arrivo è particolarmente gradito. Antonio di Rosa parlava una lingua italoamericana molto comprensibile ed aveva una grande voglia di raccontare sia vicende del Porto che vicende della sua vita in America, a Caracas e sull’isola Margherita, nei Caraibi. Lui aveva fatto il contrabbandiere, nel senso buono del termine, comperava la merce sull’isola che era porto franco per rivenderla a Caracas realizzando discreti guadagni. Sapeva leggere e scrivere quando è partito per l’America ed aveva fatto tanti mestieri. Aveva fatto anche una figlia con una donna venezuelana, figlia che aveva più o meno seguito pur avendo perso di vista la madre. Figlia scomparsa nel periodo di malattia di Antonio e ricomparsa quando ha ereditato la casetta, giusto il tempo però di venderla per poi scomparire di nuovo.
Anche lui non aveva fatto fortuna in America ma aveva comunque condotto una vita, fatta spesso di stenti ma che raccontava senza particolari rimpianti. Si era integrato bene in America, aveva buoni amici coi quali si divertiva tanto.
Al Porto ci invitava spesso a mangiare la Paella Valenziana una pietanza che mischiava riso, pesci, gamberetti, piselli, carne di pollo e carne di maiale; a me non piaceva ma ci andavo lo stesso con piacere perché la serata scorreva tra racconti americani che avevano come protagonisti donne vogliose e uomini violenti: “Là te màtano” soleva dire spesso perché, avendo fatto il barista spesso si trovava coinvolto in risse con persone ubriache.
Soffriva di gotta, l’acido urico gli faceva gonfiare le caviglie e spesso era costretto a fare ferree diete per un periodo di tempo, ma appena le sue condizioni di salute miglioravano ecco che ci invitava di nuovo a casa per mangiare, spesso giocavamo anche a carte ma sempre intercalando bevute e racconti.
Anche per lui la pensione sociale fu una fonte di reddito che lo faceva stare bene e diceva che lo Stato italiano, quello che gli aveva negato da giovane, almeno glielo aveva reso da vecchio. Avendo una piccola ma garbata casetta, essendo abituato a vivere in ristrettezze anche estreme, la condizione di pensionato sociale la viveva senza alcun lamento anzi era contento.
Era dotato di buona pazienza e noi ne approfittavamo per farci rimettere in ordine le lenze che immancabilmente imbrogliavamo durante le pescate.
Un malore agli intestini in poco tempo lo condusse alla morte.
Anche da lui ho ricevuto lezioni di vita e lo ricordo con grande simpatia, quando lo rivedo al cimitero mi provoca un sorriso velato di tristezza.
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Una tragedia
La pesca del tonno è tra le più affascinanti perché esso è un grande combattente ed è dotato di una potenza formidabile. La sua forma a siluro gli permette, con solo poche codate di raggiungere velocità impressionanti. Spesso quindi la lotta è impari e la spunta quasi sempre lui. Tantissime volte mi è capitato di lottare con un tonno abboccato ed ancora vivo, le volte che sono riuscito a metterlo a bordo si contano sulle dita di una sola mano. Una volta ho pianto come un bambino disperato.
Avevamo lottato due ore con un tonno di tre o quattro quintali, infine esausti eravamo riusciti ad agganciarlo e a tenerlo stretto alla murata della barca, mentre stavamo passandogli una cima intorno alla coda per issarlo ormai a bordo, si è improvvisamente messo a sbattere la coda e a divincolarsi con tale forza che quattro persone quali eravamo, siamo stati letteralmente sbattuti per terra. Il tonno ha rotto il filo e si è inabissato portandosi dietro un enorme raffio ancora infilzato nelle sue carni e da me tenacemente trattenuto fino allo spasimo, lasciandoci con un palmo di naso.
Durante queste lotte il filo scorre velocissimo verso il mare e gli ami enormi si sentono fischiare pericolosamente vicino guai ad essere agganciati da uno di essi, è la fine.Così successe ad un pescatore siciliano che pescava i tonni e i pescespada col proprio figliolo al largo di Maratea.
I siciliani sono i più grandi pescatori di tonni e pescespada e li seguono pescandoli per tutto il Tirreno, fino a Genova ed oltre.
Un giorno una barca non è rientrata dalla pesca come era solito fare a Marina di Camerota, paese della costa campana, ciò è stato notato dagli altri pescatori siciliani che seguivano la pesca ed è scattato l’allarme. Noi come al solito stavamo uscendo a pescare ed era il giorno dopo che questo pescatore non era rientrato; dalla nostra radio ricetrasmittente, sul canale tre che era quello dei pescatori, abbiamo raccolto l’appello lanciato dai pescatori siciliani che erano a Marina di Camerota.
Abbiamo scrutato anche noi il mare in cerca di qualche segno ma niente, non eravamo in zona, lo abbiamo comunicato per fare orientare le ricerche altrove e dopo un poco abbiamo saputo che era stata avvistata la barca; era alla deriva senza nessuno a bordo. Nel tardo pomeriggio hanno trovato le sue coffe; tirandole hanno prima recuperato un tonno, poi il figlio con un amo conficcato nel polso ed infine il padre con un amo conficcato nel collo.
Molto probabilmente il figlio era stato agganciato da un amo e trascinato in acqua, il padre nel tentativo disperato di salvarlo ha rischiato di trattenere il filo per fermare la corsa del tonno verso il fondo del mare, restando anch’esso agganciato ad un amo e quindi risucchiato in mare.
Il mare esige qualche volta questi pesanti tributi.
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L’ingegnere
Facevo parte di una cooperativa al Porto che si occupava di pesca e di assistenza nautica.
Da poco era finito il braccio di ponente del porto e i turisti vi portavano le loro barche nel mese di luglio e di agosto.
Noi ci occupavamo di assistenza nautica ed avevamo una bella gatta da pelare in quanto il porto non era ancora sicuro e la risacca metteva a dura prova le cime di ormeggio delle barche che sovente sbattevano contro la banchina danneggiandosi.
Erano gli anni ‘70, in pieno boom economico e al porto arrivavano i ricchi . Uno era da poco un nostro cliente, aveva una barca non grande ma con due motori enormi che la facevano diventare la più veloce del Porto. Già il fatto che a questo signore piaceva correre ce lo rese subito simpatico, senza dire delle laute mance che era solito dare. Ci facevamo in quattro per accudirlo e assecondarlo perché aveva un modo così discreto ed educato nell’agire che lo rendeva davvero speciale. Ringraziava per ogni piccolo favore ed il 15 Agosto non usciva in barca per rispetto delle nostre tradizioni e per non creare ulteriore aggravio al nostro lavoro. Veniva però a salutarci e a lasciarci una generosa mancia. Michele e Biagio tenevano cura della sua barca e quando lui voleva si imbarcavano per aiutarlo.
Maratea piacque subito sia a lui che alla sua signora e si adoperarono per comperarsi una casa. Nel giro di poco tempo l’Ingegnere, così comunemente chiamato, acquistò una bella casa e comperò una nuova e velocissima barca.
Prima Biagio e poi Michele si imbarcarono con lui andandoci anche in crociera. Io fui chiamato da Michele una volta per andare a Gaeta a prendere la barca dell’Ingegnere, fu l’inizio di un lunghissimo feeling che mi ha legato anche affettivamente a questa famiglia.
La prima raccomandazione che l’Ingegnere ci faceva era quella che non ci dovevamo far mancare nulla nel nostro soggiorno a Gaeta, dovevamo vigilare affinché il cantiere facesse tutti i lavori richiesti sulla barca , soggiornare nel migliore albergo e pranzare nei migliori ristoranti. Nonostante avesse varie segretarie ci seguiva personalmente e telefonicamente lo dovevamo aggiornare in continuazione.
Con Michele prendemmo alla lettera tale raccomandazione e ci siamo permessi dei lussi che ci facevano sentire degli autentici nababbi. Andavamo a prendere la barca a giugno e la riportavamo al cantiere alla fine di settembre e ogni volta che ciò avveniva era sempre una bellissima avventura . Tre o quattro volte ho avuto il grande piacere di andare in crociera con loro, alle isole Eolie e ad Amalfi.
La prima volta che sono andato alle isole Eolie con loro abbiamo scelto la strada lunga, costeggiando cioè fino a Vibo Valentia e poi tagliando per Stromboli. Fu proprio a Vibo che l’Ingegnere mi fece capire quanto il denaro potesse fare miracoli. Mi ormeggiai vicino la pompa di benzina per fare il pieno di gasolio e ripartire subito per Stromboli. Stranamente non c’era fila alla pompa e nessuno si avvicinò, capimmo subito che era chiusa, scesi e dissi al gestore che eravamo disposti a dare una buona mancia se ci avesse procurato il gasolio. Purtroppo disse che era impossibile in quanto era finito e solo il giorno dopo sarebbe arrivato.
Una cosa mancava spesso all’Ingegnere, il tempo, aveva già prenotato tutto e questo imprevisto sconvolgeva i suoi piani. Quando gli riferii ciò che il benzinaio mi aveva detto, pensò un momento e poi disse alla moglie di passargli il borsello perché voleva vedere se santo danaro facesse il miracolo. Andò dalla stessa persona che mi aveva appena liquidato non lasciandomi alcuna speranza di soluzione del problema e dopo un attimo di conversazione, apertura del borsello e relativo prelievo di un congruo numero di biglietti da L.100.000, abbiamo visto quel signore sgommare con un treruote e dopo pochissimo tempo ritornare con due fusti da due quintali cadauno di gasolio. Arrivammo a Lipari nel tempo previsto.
Ad Amalfi era agosto ed il porto era pieno come un uovo, grandi barche sostavano in terza fila. Sia l’Ingegnere che la signora non erano molto agili nel salire sulla barca, volevano sempre che la scaletta fosse comoda e poggiasse perfettamente perché quel tremolio della scaletta appesa gli dava enormemente fastidio. Di sostare quindi in seconda o terza fila non se ne parlava proprio. Fermammo la barca al centro del Porto e l’Ingegnere mi pregò di scendere con il gommoncino e di andare a parlare col gestore del Porto, un certo Aniello, pregandolo di trovargli un posticino in prima fila per permettergli di scendere a terra; gli dovevo fare anche capire che sarebbe stato molto riconoscente …….. . Presi il tender e mi avviai verso il molo, benché il gommone fosse piccolo ebbi difficoltà a raggiungere la banchina, tanto era piena di barche.
Ormeggiai e scesi, vidi un signore tutto indaffarato che mi faceva segno di togliere il gommone perché dava fastidio, io gli dissi subito che cercavo proprio lui e gli spiegai in maniera esauriente la situazione. Lui mi guardò e con un sorriso beffardo mi chiese se fossi cieco per non vedere in che condizioni fosse il porto, praticamente impossibile anche una terza fila, non si va in giro il mese di agosto senza aver prima preventivamente prenotato a giugno, così concluse. Sconsolato torno a bordo e riferisco quando mi aveva detto quell’omino col cappello arabo in testa.
Ancora una volta l’Ingegnere prega la sua signora di passargli il borsello e prega me di accompagnarlo a terra ed aiutarlo a scendere. Fu una manovra molto difficile e rischiò anche di cadere in acqua perché dovette scendere da sopra un’altra barca. Appena sceso mi pregò di ritornare subito sulla barca che avevamo lasciato ancorata a ruota al centro del porto con sopra la signora e due ospiti. Non passarono cinque minuti e vidi una intera fila di barche, tutte più grandi della nostra, allontanarsi dal molo e fare spazio e l’omino col cappello arabo che si sbracciava facendomi segno di ormeggiare in prima fila.
Ogni anno sulla barca facevamo il rito dell’armamento e quello del disarmo che consisteva nel mettere e togliere la bandierina a prua, sempre la stessa per molti anni anche se vecchia e logora e nel dotare la barca di ogni tipo di comfort.
C’era l’usanza di prendere un aperitivo davvero speciale, un nano ghiacciato con dentro il cassis, un liquore a base di ciliegia molto aromatico che gli dava un sapore particolare e una voglia di berne tanto. Bisognava però usare un’accortezza, mangiare prima dei tarallucci o dei biscottini perché se si beveva a digiuno era un autentico pugno nello stomaco, specialmente in navigazione. Una volta mi è successo e mi sono rovinato la giornata rischiando addirittura una congestione. All’ingegnere piaceva tanto e certe volte ci diceva di aumentare le dosi aggiungendo in ogni bicchiere dell’altro nano e dell’altro cassis.
Spesso d’estate vedevo la barca dell’ingegnere ormeggiata in qualche baietta e facevo in modo che con la mia barchetta “ per caso “ mi trovavo a passare da quelle parti proprio per ottenere l’invito a prendere l’aperitivo a bordo, cosa che puntualmente avveniva.
Sia lui che la signora Paola erano sempre a dieta e spesso ero invitato a cena da loro per fare onore al tavolo e al cuoco, così diceva l’ingegnere, in quanto loro, mangiando poco non gradivano le specialità dei ristoranti ed io ero costretto a fare il sacrificio di ordinare quanto di meglio offriva la casa. Ho dovuto imparare a mangiare le aragoste, gli scampi, i gamberoni, crostacei che prima vedevo solo come ottima fonte di guadagno ma che nella mia casa non si erano mai consumati, ma non perché non ce lo potevamo permettere, bensì perché non era tradizione mangiarli.
I marinai del porto lasciavano le aragostine sulla poppa della barca per donarli ai marinai vecchi e poveri che ne facevano richiesta. Quel sapore dolciastro non mi piaceva affatto e mi meravigliavo che potessero costare e piacere tanto. Ancora oggi come pesce pregiato preferisco i funghi e il prosciutto di montagna, così prendo in giro i miei tanti amici che sbavano alla vista di uno scampo o di un’aragosta ancora viva.
Ogni fine stagione l’ingegnere offriva una cena a tutta la cooperativa e agli altri amici del porto, spesso prenotava in un ristorante di Massa, frazione montana di Maratea e si raccomandava col gestore affinché ci procurasse le migliori prelibatezze. Esordiva portando un regalino alla figlia del gestore, spesso si trattava di un orologio di marca o altro dono comunque di valore. Inutile dire che il gestore aveva un’autentica venerazione per l’ingegnere e gli metteva a disposizione l’intero locale. Una sera aveva apparecchiato fuori il loggiato per noi, ma essendoci un poco di venticello, alla signora Paola faceva un po’ freddo: Non c’è problema disse il gestore e in un batter d’occhio fece sloggiare da due tavoli dei malcapitati tedeschi e subito ci fece trasferire dentro la sala nella quale pendevano dal soffitto salsicce e prosciutti sia di maiale che di cinghiale, capicolli, soppressate, formaggi ed altri genuini prodotti della casa.
Una volta ci fece trovare un tavolo di funghi appena raccolti con degli ovuli e dei porcini di rara bellezza. Quella sera li meravigliai davvero. Mi videro divorare una sperlonga enorme di funghi porcini indorati e fritti. Nonostante che la caratteristica del locale fosse la genuinità dei prodotti cotti alla maniera tipica massaiola quindi semplice e rustica, il gestore spesso esordiva con delle particolari prelibatezze: ci servì una sera delle ricottine ancora nel fuscello del contadino con sopra polvere di caffè appena macinato. Ci siamo commossi e ne abbiamo mangiato a dismisura.
Noi, un po’ curiosi e un po’ preoccupati da queste novità eravamo costretti a ingurgitare tutto per non offendere, così diceva l’ingegnere, la buona volontà del gestore che come un falco controllava i nostri piatti e guai se lasciavamo qualcosa, voleva sapere perché non lo avevamo gradito.
Un altro locale indimenticabile è stato il “ Sirio “ un ristorante di Gaeta dove un vecchio cuoco, dentro una cucina a vista mi ha mostrato l’arte del cucinare e mi ha detto che l’ ingrediente principale di tutte le pietanze che preparava era l’amore. Memorabili i suoi tagliolini alla Goffredo e una serie di formaggi tipici europei ad ognuno dei quali aveva abbinato un miele particolare ed un vino altrettanto tipico.
Purtroppo un male incurabile in poco tempo ha condotto alla morte l’ingegnere e dopo qualche mese, come spesso succede anche la signora Paola ci ha lasciato.
Da questa grande amicizia mi è rimasto un rammarico, quello di aver ricevuto molto di più di quanto io sia riuscito a dare.
Grazie ancora ingegnere per il privilegio di avermi incluso nella cerchia dei vostri amici. Le persone ricche non mi sono mai state particolarmente simpatiche ma Lei ha costituito una eccezione formidabile, ho provato per Lei lo stesso affetto che provo per le persone più care della mia vita e non certamente per le sue mance che pure sono state tante e laute ma per la Sua grande umanità e disponibilità verso il prossimo, soprattutto verso quello più bisognoso.
Resta ancora una delle persone che più frequentemente mi fanno compagnia nel nugolo dei ricordi che scorrono nella mia mente ogni sera prima di addormentarmi.
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Antea
All’ inizio degli anni ‘70, alla fine di giugno arrivò al Porto una barca di nome Antea, a bordo c’erano quattro o cinque giovani ed un signore un poco più anziano, sui quarant’anni; si sistemarono sulla zona del porto gestita da Franco Cacciatore, un portaiolo che faceva assistenza nautica. Si era ancora agli inizi al porto, il traffico era scarso e si socializzava spesso con gli equipaggi delle barche che arrivavano. Girolamo era il padrone dell’Antea, l’aveva costruita lui di sana pianta, pezzo per pezzo e vi aveva impiegato degli anni perché insegnava Educazione Fisica a Torino, solo nei mesi estivi si recava ad Ascea, suo paese d’origine, dove aveva messo in cantiere la costruzione della barca. Ne venne fuori una bella barca di otto o nove metri, cabinata, con quattro comode cuccette, bagno, cucinetta ed un prendisole a prua.
Aveva un albero con una vela latina ma navigava quasi sempre a motore, la vela era un propulsore alternativo in caso di avaria al motore.
Girolamo che noi chiamavamo “professore” era un tipo geniale, sapeva e si occupava un po’ di tutto, dalla falegnameria all’elettronica e quindi in un porto ancora in allestimento diventò un punto di riferimento sia per gli operatori che per i turisti che avevano la disavventura di fare avaria con la barca . Quanti interventi finiti quasi tutti a buon fine e al momento di farsi pagare optava sempre per una collettiva bevuta al bar. A bordo abbiamo subito fatto la conoscenza con Franco, Lello ed un altro ragazzo del quale non ricordo il nome ma di una simpatia unica.
L’Antea divenne il punto di appoggio di quasi tutti i giovani del Porto dal mese di giugno fino ad ottobre; non che al Porto ci fossero tanti giovani, eravamo una decina, ma se volevamo passare una serata bella dovevamo procurare da mangiare e da bere e portare il tutto sull’Antea. Quante bottiglie di pomodoro fatto in casa scomparivano dalle nostre credenze di casa per ricomparire sull’Antea, dove il Professore o Lello si occupavano di organizzare delle cenette stupende, alla fine delle quali compariva una chitarra nelle mani di Franco dalla quale uscivano delle note di canzoni napoletane tra le più belle del mondo.
Non passava molto e sul molo si formava una piccola folla di ragazzi e ragazze, prima silenziosi ascoltatori poi partecipanti attivi nel senso che anch’essi cantavano a squarciagola. Tante nuove amicizie nascevano spontaneamente favorite dalla condivisione della musica e delle canzoni cantate. Murolo e De Andrè la facevano da padroni ma anche tante altre canzoni classiche napoletane.
Spesso Franco veniva scritturato da proprietari di locali o da organizzatori di feste, tanto era bravo a cantare e a suonare, tantissime erano le canzoni di cui ricordava a memoria tutto il testo mentre noi spesso dovevamo solo sussurrare il motivo musicale non ricordandone le parole.
Ogni anno c’era l’attesa dell’arrivo dell’Antea, mai delusa perché il Professore era puntuale in quanto arrivava da Torino con un grande bisogno di libertà e solo al porto lui realizzava questa aspettativa.
Una sera organizzammo una festa davanti ad un bar proprio all’inizio del porto. Il bar era situato al piano terra di un palazzo di sei appartamenti situati al secondo e terzo piano. Mano a mano che Franco suonava e cantava, la gente aumentava sempre di più e il tempo passava velocemente.
Erano verso le quattro di notte e cantavamo ad alta voce un motivo che ricordo faceva così: ” Flippo, flippo, flippo, fiore di primavera, la donna tiene i peli anche sul cuore. E i non ma pigliassi pì mugliera, nemmeno se me l’ordina il dottore.
Parola mia, parola mia d’onore”. Finito il motivo una signora in un impeto di gioia disse:” Ma che sarebbe Maratea senza di noi!”. Ad un tratto sentimmo una voce dal secondo piano del palazzo che diceva :”NA PACE, NA PACE”. Sul balcone era affacciata una signora anziana con una sottana nera che invano cercava di prendere sonno tanto era il casino che facevamo. Il professore bevve tanto quella notte che il giorno dopo asserì di aver visto sul Porto Garibaldi che correva col suo cavallo bianco.
Il tempo passava e i ragazzi dell’Antea da studenti diventavano laureati e poiché erano dotati si inserivano subito nel mondo del lavoro e degli affari. La spensieratezza e l’allegria che li aveva contraddistinti lasciarono il posto agli impegni che diventavano sempre più gravosi fino a rendere la loro presenza sempre più sporadica.
Solo il professore era costante e con lui passavamo molto tempo a parlare del tempo passato senza però organizzare come una volta il presente. Il Porto era cresciuto, lo scenario era cambiato, noi avevamo cambiato mestiere e quell’anima, quella identità che era la forza del luogo si andava perdendo . Dalla condizione di speciali eravamo diventati normali. L’Antea durante una mareggiata affondò, altro brutto segno di decadenza, ma il professore non si rassegnò, riaprì il suo vecchio cantiere e nel giro di qualche anno tornò al Porto con ANTEA II,una bellissima barca simile ed ancora più bella della precedente. Ma la storia non si ripete, almeno in breve tempo e non siamo più riusciti a ricreare quelle condizioni di positiva spensieratezza e simpatia che nel porto faceva tendenza.
Tanti turisti negli anni successivi chiedevano agli operatori portuali che fine avesse fatto quella barca di nome Antea che ogni sera faceva una festa.
Qualche anno fa abbiamo poi saputo che Girolamo il professore ci aveva lasciato ma il suo ricordo e il suo sorriso continua a raffiorare nella nostra mente occupando lo spazio dei ricordi più belli.
Grazie professore, il tuo passaggio al Porto ha lasciato una traccia profonda e indelebile.
