i Libbani (corde vegetali)

I Libbàni (corde vegetali)

Nella narrazione della vita del borgo del Porto di Maratea, mancava, anche se ne avevo fatto cenno raccontando le attività giornaliere delle donne dei marinai, la lavorazione dei “libbàni” o corde vegetali.
Essendone stato diretto testimone, ricordo benissimo il battito ritmato delle “mazzòccule” (un grosso matterello privo di un manico) nella “cuntrura” :l’assolato primo pomeriggio delle giornate da maggio ad ottobre inoltrato. Mi tornano alla mente le donne,quasi tutte non più giovanissime,che, nei pressi delle rispettive dimore, su un gradino o sulla spiaggia vicino “a ‘nu fùnnicu”, lavoravano l’erba alfa. Questi ricordi ,se pur nitidi, non bastano a descrivere e a far capire quello che la lavorazione dei libbàni fu per decenni, e sicuramente fino a tutto il 1970, per Maratea e il Porto in particolare. Per meglio riuscire nell’intento descrittivo, mi sono avvalso della memoria di mia zia, Giuseppina Fiorenzano, ancora in grado di fornire maggiore dovizia di particolari circa l’arte della manifattura delle corde vegetali dall’alto della sua diretta esperienza di pratica decennale.
L’erba alfa , che cresceva spontanea su tutto il territorio comunale, era presente in alti cespugli, molto fitti ma diradati tra loro, costituiti da lunghi fili, di un verde intenso, di discreta tenacità e dai bordi molto taglienti: da cui l’appellativo di “tagliamani”. In estate, la giornata di lavoro delle donne, cominciava verso le quattro del mattino per andare, munite di falce, a raccogliere la materia prima nelle zone, a ciascuna più congeniali, che si estendevano dal Crivo a Castrocucco, a sud, e da i Rasi a l’Armu a nord del Porto. Nel periodo invernale, visto che comunque la produzione rallentava ma non si fermava del tutto, la raccolta avveniva, per lo più , durante il giorno quando le condizioni climatiche lo consentivano.
Non tutte le donne che le producevano, partecipavano alla raccolta dell’erba (tant’è che la compravano dalle raccoglitrici o, anche , da venditori provenienti dalla frazione montana di Massa) ma solo quelle che ne avevano maggior attitudine quali Elena Iannini, nonna Marina Formica, Tanella Romano, Luisa Martino, Teresa Iannini (Tresina ‘i Scèru), Lisetta Di Flora (madre di Beniamino) , Ndonetta i sanfrancischeddu ecc.
Nella raccolta bisognava, tuttavia, stare attente a non andare a tagliarla nei terreni i cui proprietari non consentivano di asportarla.
Capitò, una mattina,che Zia Giuseppina e Assunta Persico, si recarono nella zona della chiesa della Madonna della pietà “pi gghì a erva”. Assunta ,pur essendo consapevole che, il sig Calderano proprietario del terreno, era assolutamente contrario alla raccolta nel suo suolo, disse a zia Giuseppina che suo padre,di professione macellaio, era buon amico del Calderano per cui se questi le avesse sorprese si sarebbe dimostrato indulgente con loro. Così non fu perché, malgrado le due donne,resesi conto dell’arrivo dello scontroso e urlante proprietario, si dessero a precipitosa fuga, nascondendosi nel viottolo nel Crivo che conduceva al Porto (la Panoramica non c’era ancora), questi le inseguì minacciandole di denunciarle. Dovette intervenire il padre di Assunta per evitare la denuncia sebbene non riuscì a scongiurare che “l’affronto” venisse sanato con parecchi chili di pesce.
Ogni raccoglitrice,per ovvie ragioni, indossava abiti adatti alla bisogna, con calze pesanti ai piedi i quali venivano ulteriormente protetti con una specie di rettangolo di cuoio o di gomma che, per mezzo di fettucce di stoffa ai quattro angoli, si assicuravano alle caviglie.
Completata la raccolta ,con in testa i fasci d’erba, le donne tornavano alle rispettive abitazioni verso le sette e trenta – otto. Quando la domanda di libbàni era maggiore, vi era la necessità di approvvigionare una grande quantità di “tagliamani” per cui si organizzavano raccolte particolarmente abbondanti che necessitavano di un aiuto nel trasporto: assicurato via terra dal camioncino di Tonino Morelli o via mare dalla barca di Beniamino o altri marinai.

Prima d’iniziare la lavorazione vera e propria, e per agevolarne la stessa, i fasci d’erba, nel periodo estivo, perché rinsecchiti dal sole, andavano ammorbiditi per cui venivano portati “intu ‘u jiumu” ossia nel fiumiciattolo che scendeva a ridosso della scale che portavano alla stazione . Lungo il corso, ogni produttrice aveva lo spazio necessario per posizionare ,con delle pietre, i fasci e lasciarli in ammollo per qualche ora. Nel periodo invernale la tagliamani non necessitava di questa operazione ma bastava immergerla per poco tempo in un contenitore pieno d’acqua prima di “ammazzuccàrla”.
Una volta ammorbidita, l’erba ,per rendere ancora più agevole la lavorazione, doveva essere “ammazzuccàta”: si divideva il fascio in altri tre o quattro più piccoli e, per almeno dieci minuti, veniva battuta con la “mazzòccula” su una pietra molto dura detta “ammazzuccàturu”.
“Tengu l’erva ammazzuccàta mo vavu affa ‘nu filu” diceva zia Giuseppina a nonna Marina, appena libera dalle faccende domestiche. Il “filo” (trefolo) , ricavato intrecciando tra loro vari fili d’erba ( il cui numero variava a seconda della tipologia di corda che si voleva come prodotto finito), con una rapidità e una maestria difficilmente descrivibile a parole, costituiva il primo passo per ricavare il “libbàno” che ,di fatto ,era formato da tre “fili” intrecciati tra loro.(alzaia)
Ottenuto il filo, la cui lunghezza massima era di oltre venticinque metri, questo andava messo ,d’estate’ al sole ad asciugare; mentre nel periodo invernale veniva appeso ,a mezzo chiodi, sulle porte “d’ ‘i fùnnichi” per chi ne possedeva uno o in un posto a riparo dalla pioggia ma comunque ventilato.
Le tipologie dei “libbàni” erano sostanzialmente quattro, caratterizzate da lunghezze e diametro del filo diverse ma crescente tra loro.
Le “SBACCATELLE” erano lunghe all’incirca tre metri , cosa che ne agevolava la lavorazione in casa nei periodi invernali; cento di queste formavano un “collo”
Le “FARATICHE” ,(da faratico, incrociato con fòro. Derivato dall’arabo che indica la terza camera della tonnara) dal diametro leggermente maggiore, misuravano sui venti metri, e per ogni collo ne necessitavano quattro.
I “LIBBANEDDI”, ancora un poco più doppi e lunghi fino a venticinque metri.
Per ultimi quelli per il “TARTANU” ossia i libbàni che venivano adoperati per la pesca con la tartana che presentavano il diametro maggiore e la lavorazione più accurata, visto lo sforzo di trazione cui erano sottoposti, sempre di venticinque metri di lunghezza.(gomene)
Questa misura era tanto comune nella marineria del Porto che veniva usata comunemente nel gergo marinaresco per indicare una precisa distanza “a dduje libbàni da ‘i scogli” significava a cinquanta metri dagli scogli, e cosi via.
Individuate le tipologie, continuiamo con lo spiegare la lavorazione e quindi il commercio delle corde vegetali.
Le donne avevano approntato vari fili, della lunghezza necessaria ad ottenere la tipologia richiesta dal committente, per cui potevano iniziare l’operazione più difficile e complicata: “minà i libbàni”,
come si diceva in gergo, che prevedeva l’impiego di due lavoratrici data la lunghezza (venti – venticinque metri) della corda da ottenere.
Si legavano, ad una estremità, i capi di tre singoli fili fissandoli quindi ad un gancio. All’estremità più lontana, una donna avvolgeva i tre fili tra loro in senso orario, in modo che ,al lato opposto, si ottenesse quella forma elicoidale propria di una corda. La collega rimasta nei pressi del gancio, avanzando man mano verso quella che “menava”,contribuiva a compattare il passo della corda.
Allorchè le corde erano ultimate, e prima di confezionarle in colli, bisognava “SPINNICCHIARLI” ossia provvedere ,con un piccolo coltello, ad eliminare dalle stesse quei piccoli filamenti d’erba, derivanti dalla lavorazione, che ne contornavano il diametro.
I “colli i libbàni” venivano venduti ,dalle donne del Porto, a tre compratori abituali :Tetella titolare della “putija” del Porto, Antonio Alfieri di quella sulle scale prima dell’ufficio postale (vedi nella vita del borgo del sito “le botteghe del Porto”) e da Gianpietro a Fiumicello. La vendita avveniva solitamente su ordinazione, nel senso che, quando i tre commercianti ricevevano richieste da i loro committenti ne richiedevano il quantitativo e la tipologia occorrente, alle produttrici.

Quando si vedeva Tetella aggirarsi per il Porto brandendo un quaderno, significava che servivano le corde vegetali per cui le donne,sicure di piazzare la “merce”, si davano da fare ad eseguire l’ordinazione.
Nei periodi di minore probabile richiesta, la lavorazione non veniva completamente interrotta (visti i tempi si doveva comunque mangiare) ma sicuramente procedeva con meno frenesia in quanto le famiglie che possedevano “nu fùnnicu” avevano la possibilità di depositarne un certo quantitativo da vendere alla prossima richiesta, mentre le altre ne consegnavano qualche collo al commerciante che lo stivava in un proprio magazzino (per Tetella inda Cinzìa),oppure li tenevano in casa. Tetella , ma anche gli altri commercianti, per ogni produttrice aveva un libretto in cui annotava i colli ricevuti e quanto doveva alle stesse. Non sempre, per non dire quasi mai, il pagamento per i colli consegnati, avveniva in danaro ma con l’equivalente in generi alimentari: pasta, olio, vino, fagioli ecc.
La destinazione finale della corde vegetali era diversa a seconda del committente dei commercianti, visto che l’uso prevalente era nel campo della pesca (anche coltura dei mitili) . Antonio Alfieri le spediva via treno mentre Tetella via mare con dei barconi diretti a Gallipoli.
Questo era lo spaccato di una giornata tipo delle donne ,mogli madri e figlie, dei marinai del Porto che sicuramente vivevano una vita dura fatta di lavoro e poco altro ma perlomeno vissuta , a quei tempi, in un piccolo angolo di Paradiso.

Antonio Chiappetta.


Commenti

  1. bernardo ha detto:

    Quanti ricordi, nonna mamma zia ma soprattutto la camera dove adesso dormo, per metà era piena di libbani. O le mattine che papà era fuori per pescare e mamma a raccogliere tagliamani e io
    piccolo che mi svegliavo e con le mie grida suonavo la sveglia del quartiere perchè ero rimasto solo, Bravo

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  2. Angelo Licasale ha detto:

    Grazie per la bellissima testimonianza, che fa rivivere l’atmosfera che si respirava a quel tempo, mai vissuto dalla mia generazione, e che fissa delle informazioni che altrimenti andrebbero perdute.
    Con un gruppo di associazioni di Maratea, stiamo lanciando un progetto legato a Matera 2019 denominato RI-CORDA, che punta ad esplorare l’antica attività di produzione dei libbàni, da una parte codificando il processo di produzione, e dall’altra sperimentando una decodifica e una reinterpretazione attraverso i linguaggi artistici contemporanei.
    In questo senso u Funnico costituisce un database della memoria, un tramite fondamentale con le storie e i personaggi del passato.

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  3. Francesco Maria Monterosso ha detto:

    Con sommo piacere ho letto questo spaccato di vita marateota che, con le sue parole, i suoi termini “tecnici ” dialettali riporta ad un passato non troppo lontano. La descrizione fatta da Antonio denota la sua ricerca per il particolare, la sua passione per il vissuto, mostrando una capacità di linguaggio che rende piacevole e scorrevole il testo. Molte volte ho ascoltato storie raccontate da mia nonna e mio padre riguardanti la raccolta, il peso e la vendita dei libbani ; operazione che comportava una notevole fatica e pericolosità, infatti mio padre ne porta sul corpo un ricordo indelebile. Sono grato agli autori di questo sito, che con le loro storie, le loro ricerche mantengono sempre accesa la fiamma della conoscenza, lasciando ai posteri la possibilità di relazionarsi con il loro passato e soprattutto di non lasciarlo nel dimenticatoio e all’incuria del tempo. ( P:S se cercate collaboratori, io sono a disposizione. ) Grazie davvero.

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  4. antonio iamundo ha detto:

    …i libbàni. Non li ricordo materialmente in quanto sono nato nel ’67. Tuttavia questo racconto mi ha fatto affiorare dei ricordi. Il mio maestro delle scuole elementare di via Profiti/scalo ce ne aveva parlato. Hai fatto bene a scrivere, con dovizia di particolari, questi spaccati della vita che si conduceva in tale epoca. Ciò permette ai giovani portaioli ed amanti di scoprire il contesto in cui i loro nonni vivevano. Se non ci hai già pensato vorrei suggerirti di trovare il modo di portare nelle scuole questi racconti…

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  5. Vincenzo De Palmis ha detto:

    Gallipoli? Strano che come porto di destinazione non venga citato quello piu importante di Taranto: indiscussa capitale della mitilicoltura e della pesca. Alcuni ” cozzaruli ” tarantini infatti mi hanno riferito che per le loro attività facevano grande uso dei ” Libbàni ” proprio di Maratea.

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  6. Antonio Chiappetta ha detto:

    Egregio sig. De Palmis, La ringrazio del commento che ha voluto dedicare al mio articolo sui “libbani” che, sicuramente, ha portato un contributo molto apprezzato allo stesso. Le notizie sulla destinazione delle corde vegetali in partenza da Maratea mi è stata fornita da mia zia che, come avrà letto, era una produttrice delle medesime. Non mancherò di approfondire. Cordiali saluti. Antonio

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