Monthly Archives: marzo 2010
‘I Tunni
Si muovono in branco e vanno in cerca di branchi di alici o di altri pescetti azzurri. Quando li scovano ed hanno fame si avventano nel branco in maniera spettacolare. Le alici si concentrano sulla superficie dell’acqua a forma di palla e loro vi saltano dentro con la bocca aperta. Al banchetto partecipano spesso i gafie (gabbiani), i patanti, i zifari e i summuzzarelli (martin pescatore), tutti uccelli che seguono il branco di tonni sicuri di banchettare più volte al giorno. In questo scenario di predazione non poteva mancare l’uomo, che armato di guadino e lenzette segue sia il volo degli uccelli che l’effetto della mangianza dei tonni che saltando sull’acqua rivelano la loro presenza. I pesci azzurri sono così spaventati durante la mangianza dei tonni che non si muovono neanche quando vedono la barca che si avvicina ad essi, anzi si mettono sotto di essa con la speranza di ripararsi mentre invece vengono guadinati e finiscono in gran parte nel retino. Una volta messo a bordo il retino pieno di alici, o simili, inizia la pescata dei tonni. Si innesca all’amo di una lenza un’alice ancora viva e si lancia qualche metro distante dalla barca. Un attimo dopo, questa viene abboccata da un tonno e bisogna essere lesti nell’impedire che questi immerga la testa verso il fondo e, dando qualche vigorosa pinnata, riesca a raggiungere grandi velocità, tali che l’effetto sulle mani che tentano il recupero sia ben evidente. Viceversa, se si tira la lenza appena che ha abboccato, questi si lascia recuperare senza troppa fatica. Una volta che è sulla barca diventa un’impresa slamarlo perché si divincola e sbatte spruzzando sangue da tutte le parti. Più si è lesti in questo frangente più aumentano le catture perché il tutto dura pochi minuti; ad un tratto le alici rinsaviscono e affondano scomparendo e, con esse, anche i tonni si dileguano. Ci si ritrova allora con la barca piena di pesci che ancora vibrano le ultime energie vitali, sangue spruzzato da tutte le parti, lenze imparruccate e un fremito addosso che fa tremare le braccia: è l’emozione che questo genere di pesca provoca. Poco dopo si è pronti di nuovo per andare alla ricerca di altri minàli, questo è il termine che usiamo per definire i branchi di tonni. Questo tipo di pesca è spettacolare perché coinvolge diverse specie in branchi: i tonni, così come le alici, i gabbiani e come le barche dei pescatori. Sicché, quando i tonni emergono per mangiare le alici, tutti i branchi si portano in un sol punto e lì succede un caos tremendo: i tonni e i gabbiani a caccia di alici e gli uomini, tra loro in competizione, a chi arriva prima a prendere possesso dell’ intero bottino. I secondi devono poi confidare sulla magnanimità del “vincitore” per ottenere una parte della preda; ma ciò non sempre avviene.
Tutto questo faceva parte dell’ordine naturale dell’ecosistema, alla fine non c’erano vincitori, né vinti. Di alici ( miliardi ) ne restavano tante, di tonni ( centinaia di migliaia ) altrettanto. Gli uccelli ne uscivano sazi, i pescatori con un buon guadagno e i dilettanti divertiti e con tante storie da raccontare. A turbare e sconvolgere questo ordine di cose ci ha pensato ancora una volta l’uomo con la sua avidità. Alla fine degli anni ’70 l’Italia fece un accordo con i Giapponesi: in cambio di transistors diede loro il permesso di pescare i tonni nel nostro Mar Tirreno. Questi si stabilirono a Vibo Valentia con delle navi che avevano a bordo anche la possibilità di inscatolare il pescato e avevano al seguito anche un aereo per rintracciare i branchi. Pescavano prevalentemente i tonni giganti, prima con un sistema che utilizzava la corrente elettrica per ammazzareli, poi con delle reti volanti che non davano scampo.In questo periodo quasi tutte le industrie italiane che inscatolavano il tonno lo compravano da loro già pronto: sulla scatoletta dovevano incollare solo la loro etichetta.
Mentre il nostro pescato si stimava in Chilogrammi, al massimo qualche quintale, quello dei giapponesi si stimava in migliaia di quintali. Dopo breve tempo cominciava a notarsi il depauperamento di questa specie e l’aumento dei pesci azzurri che ebbe come conseguenza l’aumento dei cinciorri , barche attrezzate per la loro pesca. Non ci fu bisogno dell’indovino per capire che si stava menando a distruggere un equilibrio che durava da secoli e, per accelerare ancora di più tale processo, si fece uso anche della dinamite che diede il colpo finale.
In un momento di lucidità il governo non rinnovò il contratto ai Giapponesi che dovettero andarsene. Ma ormai avevano fatto scuola. Così comparve la flotta Consiglio, un armatore salernitano che con cinque barche attrezzatissime per la pesca del tonno gigante, imperversò nel Mediterraneo. Quando una di queste barche avvistava il branco, allertava il resto della flotta che si concentrava sul luogo ed iniziava così la guerra tra predatori e prede. La Alfonso, la Valeria e la Santa Rita sono i nomi delle barche che ancora ricordo. Un giorno la Santa Rita circuì, al largo di Scalea, un grosso branco di tonni che pesavano in media oltre due quintali l’uno. Il branco era grande e la rete li cinse tutti. Ben presto però, si resero conto che pur essendo una rete resistente, non avrebbe retto alle sollecitazioni dei tonni. Chiamarono in soccorso la Valeria, la barca più grande, che calò in acqua anche la sua rete, cingendo anche la Santa Rita. Con la rete raddoppiata si sentirono più sicuri e,” dicunt “, per evitare che comunque i tonni potessero sfondarla, non pensarono di meglio che far esplodere, nell’immenso sacco, delle cariche di dinamite a concludere la mattanza. Nel tentativo poi di tirare la rete con il verricello idraulico si resero conto che non ce l’avrebbero mai fatta.
Il verricello si distorse facendo piegare tutte e due le barche su un fianco. Dovettero mollare la rete e far posare sul fondo quell’immenso peso. Fecero poi arrivare con urgenza dei sommozzatori i quali si calarono nella rete per legare i tonni, quattro o cinque alla volta per le code, e li facevano issare a bordo coi verricelli. Questa manovra di recupero durava da giorni ed io mi trovavo al Porto quando arrivò un furgoncino frigorifero: era carico di viveri destinati ai due pescherecci. I conduttori chiesero se ci fosse qualcuno disposto ad accompagnarli a bordo della Valeria per scaricare la merce. Antonio Possidente (‘a Scienza) si offrì, con la sua barca, di accompagnarli ed io e Cacciaturu ci imbarcammo con lui. Caricammo un sacco di viveri e partimmo dopo aver fatto il pieno di gasolio. Parlando con quelle persone capimmo che avevano già scaricato tremila quintali di tonni e tantissimi ce n’erano ancora, ma il tempo passava inesorabilmente e i tonni nella rete cominciavano ad andare in decomposizione. Impiegammo parecchio tempo per arrivare sul luogo di pesca perché la barca era lenta e piena di merce.
Appena arrivati, era tanta l’attesa che subito si industriarono per scaricare i viveri. Io mi soffermai a guardare le operazioni di recupero dei tonni che salivano a bordo legati per le code a quattro o cinque alla volta. Erano enormi. Passando vicino ad un verricello mi accorsi che era storto e le basi avevano ceduto sollevando parte del paiolato. Ci fermammo poco sulla Valeria perché il ritorno ci avrebbe preso tempo; il capopesca chiamò lo Scalioto e lo pagò; poi disse che ci avrebbe messo a bordo un paio di tonni ma appena ne depositarono uno la nostra barca si piegò su un fianco e dovemmo accuratamente centralizzarlo per poter navigare. Pesava oltre 400 chili e lo vendemmo ad una pescheria di Sapri. Anche il giorno seguente continuarono a recuperare tonni ma poi dovettero fare un largo taglio nella rete e lasciarli cadere sul fondo perché ormai non più commestibili.
Dicunt sempre, che qualche giorno dopo una paranza di notte scaricò altri tonni senza interiora e con dei grossi pezzi di ghiaccio nella pancia per mascherare il cattivo odore del pesce ormai in decomposizione. Ben presto questo tiro al massacro causò la quasi scomparsa dei tonni dal nostro mare e poco dopo anche le alici, che subirono lo stesso trattamento da parte dei grossi pescherecci provenienti dalla vicina Campania, scomparvero anche’esse.
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‘A festa dù Portu
In questa sezione vogliamo ricordare, descrivedone alcuni particolari poco noti, la festa della Madonna di Porto Salvo, protettrice del porto di Maratea e, conseguentemente, di tutti i marinai del luogo. Perciò abbiamo deciso di scegliere il periodo intorno ai primi anni sessanta perché quella festa aveva un fascino particolare, sia in termini di partecipazione popolare e religiosa che per le attese che generava in noi ragazzi dell’epoca in quanto evento dell’anno. A quei tempi non vi erano molte occasioni per fare festa per cui, la seconda settimana di Giugno, data in cui era fissata la ricorrenza per non farla coincidere con la stessa celebrata a Villammare, e dedicata alla medesima Madonna, era attesa con trepidazione da tutti.
Il Comitato.
Ogni festa paesana che si rispetti, ha un proprio Comitato che ha il compito primario di reperire i fondi per provvedere al suo svolgimento, curarne l‘organizzazione in ordine alla scelta della banda musicale, del maestro dei fuochi d’artificio, dei cantanti che si esibiranno sul palco ecc. Negli anni in esame il Comitato era composto da cinque persone: Diego Tocci, Beniamino Zaccaro, Licasale Saverio, meglio conosciuto come Sarchiapollu, Fiorenzano Francesco detto Tridicicocci e il mitico parroco del Porto, Padre Raffaele Salerno. I fondi per finanziare i festeggiamenti venivano reperiti principalmente in due modi: con l’incanto (‘u ‘ncantu), di cui in seguito si specificherà meglio e con una questua in giro per tutte le frazioni di Maratea, curata direttamente dal Comitato, durante la quale venivano chieste offerte in danaro o anche, in particolare ai commercianti, di merce e oggetti che sarebbero comunque tornati utili per ricavarne danaro. Il giro del Comitato iniziava, vista la dislocazione delle varie frazioni, agli inizi del mese di Aprile, compatibilmente con le rispettive attività lavorative svolte dai singoli componenti il Comitato. Le coppie di ”questuanti” erano composte da Beniamino e Tridicicocci, e l’altra da Tocci e Sarchiapòllu e si recavano in ogni frazione comunale da Castrocucco a Cersuta, fino a Massa e Brefaro ovviamente passando per Maratea Paese e per la campagna fino al passo della Colla.
I preparativi
La settimana precedente la domenica della festa, era caratterizzata da preparativi sia di carattere religioso che organizzativo. I primi iniziavano con la Novenaalla Madonna che, negli ultimi tre giorni, dal giovedì al sabato, vedevano la partecipazione di un predicatore appositamente invitato dal parroco. Padre Salerno riuniva tutti i bambini e i giovani a cui, sotto la sua ferrea supervisione, veniva affidato il compito di preparare i festoni da stendere per tutto il porto. In realtà si trattava di bandierine multicolori ricavate da fogli di carta velina incollate su un uno spago, quindi materiale molto delicato e da maneggiare pazientemente per non incorrere in quei “danni collaterali” subito stigmatizzati dal burbero parroco con il proverbiale “miseriaccia infame!” e relativo scappellotto. Costruiti artigianalmente, i festoni venivano stesi partendo dalla rotonda e arrivando alla cantina di Virgiliu usando come appoggi balconi e pali della luce. Un paio di giorni prima della domenica arrivava il furgone dei fuochisti della”premiata ditta di San Pietro a Maida”che si insediavano nel funnicu i zà Lisetta o in quello di zà Lucia dove iniziavano a preparare i fuochi. Questi consistevano in giochi pirotecnici montati su pali nella spiaggia (a gatta e u sorici): altro non era che due fuochi che si rincorrevano tra loro emettendo un acuto stridio; e delle ruote che alternavano botti a scie di colori. La sera della domenica, dopo l’esibizione della banda “Città di Roccanova”, i fuochisti sparavano la cosiddetta “batteria” che sanciva la fine dei festeggiamenti in onore della Madonna. Il sabato si provvedeva a montare, in spiaggia, il palco su cui, la sera della domenica si sarebbe esibita la banda e il cantante prescelto per allietare la manifestazione. Si trattava di un palco costituito da assi in legno montati su telaio di tubi Innocenti e che, essendo molto vecchio, necessitava, ogni anno, di una rattoppata. A festa finita, smontato, veniva custodito nella chiesa, sopra l’organo.
Il giorno della festa
Il giorno della festa, annunciata verso le sette da un “colpo scuro”, per noi bambini di allora, iniziava con la curiosità di vedere, appena alzati, quante bancarelle erano state montate nella strada antistante la chiesa con particolare attenzione a quelle dei giocattoli, pur con la consapevolezza che, nella maggior parte dei casi, avremmo dovuto limitarci solo a guardarli. Alle nove del mattino, preannunciata da alcuni colpi d’artificio, iniziavala Messacui partecipavano moltissimi fedeli, mentre sul ballatoio antistante l’ingresso della chiesa e davanti la casa di zù Monicu, su un tavolino, i rappresentanti del Comitato raccoglievano le offerte promesse durante il loro giro per le frazioni o quelle dei ritardatari. Dopola Messa, un incaricato del Comitato, accompagnava in giro per il Porto e fino a Fiumicello, la banda musicale con l’intento di raccogliere ulteriori offerte. Nel primo pomeriggio iniziavano i preparativi per “l’incanto” delle statue della Madonna di Portosalvo, la più ambita, del Cuore di Gesù, del Palio e della Croce. In effetti si trattava di un’asta che costituiva il sistema per sovvenzionare la festa dell’anno successivo, per aggiudicare il diritto di portare in processione le statue sia per terra che per mare. Generalmente, all’asta per la processione via terra, concorrevano due gruppi costituiti dalle mogli e dalle figlie dei pescatori mentre, a quella per la processione via mare partecipavano i marinai proprietari di barche.
Il gruppo delle donne del Porto faceva riferimento a Tresina ‘i Sceru, mentre quello sottostante l’attuale Panoramica, a Vicenza ‘i Pulacca. Queste erano deputate alla raccolta delle quote (dalle 10 alle 15.000 lire a testa) delle altre aderenti ai rispettivi gruppi portando la contabilità e annotando, su un apposito quaderno, la consegna delle somme. L’incanto veniva condotto da Francesco Fiorenzano detto Ciccillu Tridicicocci che all’esortazione: “Signore e Signorine del porto, incantiamo la statua della Madonna via terra”, dava inizio all’asta che veniva aggiudicata al miglior offerente alla battuta finale della cifra più alta: centocinquantamila … e tre! Prima di continuare con la descrizione della giornata festiva, vale la pena raccontare un episodio singolare relativo all’incanto. Siamo nei primi anni sessanta e il Conte Rivetti di Valcervo, un’industriale che aveva da poco impiantato uno stabilimento tessile a Fiumicello, aveva invitato il giornalista Indro Montanelli, suo caro amico, a visitare Maratea. Era il giorno della festa, e Montanelli, scortato dal suo ospite, scendeva a piedi verso il Porto quando, giunto al bivio della panoramica, di fronte alle Ginestre, vide zù Peppu, il macellaio, che trasportava in spalla una parte della vitella che aveva macellato in una grotta poco distante. Giunto al Porto ebbe modo di assistere alla cerimonia dell’Incanto e la relativa messa all’asta delle Statue. Qualche giorno dopo, con grande disappunto e fastidio da parte dei Portatoli e in particolare di zù Peppu e Tridicicocci, uscì , sul Corriere della Sera, un articolo a firma di Montanelli in cui questi asseriva che gli abitanti di Maratea erano usi macellare le bestie nelle caverne, come gli uomini primitivi, e vendersi i Santi. Quando anni dopo, il giornalista fu gambizzato, in un attacco terroristico, Ciccillo, che non aveva certo dimenticato l’articolo diffamatorio ebbe a commentare: “Quaccunu ‘ngi avìta puru pinzà” (qualcuno doveva pure pensarci).
Ad Incanto avvenuto, partiva la processione verso la rotonda. Lì gli abitanti avevano preparato un altarino, addobbato con un lenzuolo bianco e petali di fiori, su cui venivano poggiate le statue e il Parroco impartiva la benedizione. Dalla rotonda la processione tornava verso la chiesa e proseguiva verso le scale che conducono alla stazione, fino a raggiungere la Statuadella Madonna di Lourdes vicino la casa di Ndoniu Alfieri. A questo punto tornava indietro, passava vicino la cantina di Virgiliu, percorreva la ‘mbraiata e scendeva in spiaggia per imbarcarsi e proseguire via mare. Le barche, tutte a remi, del Porto e di Fiumicello, procedevano in fila indiana e in senso antiorario, verso Calicastro e poi ,spingendosi un poco più a largo, verso Santojanni, senza tuttavia raggiungerla, per poi far ritorno sulla spiaggia. Finita la processione via mare veniva celebratala Messa sul palco della banda e quindi le statue venivano riportate in chiesa e ricollocate ai rispettivi posti. Prima dell’esibizione della banda aveva luogo uno dei momenti più attesi dalla gente: la “riffa”, condotta sempre con grande maestria e arguzia da Tridicicocci. Venivano banditi, sempre allo scopo di racimolare altri soldi, i regali ottenuti dai commercianti o dai cittadini durante il giro del Comitato. Si trattava di galli,conigli, bottiglie di liquore, borse ecc. che spesso, grazie all’abilità di Ciccillo, venivano aggiudicati per un valore molto superiore al reale. La festa si concludeva, dopo l’esibizione della banda o talvolta, di un cantante, con lo spettacolo dei fuochi pirotecnici.
