Monthly Archives: febbraio 2010

porto neve

La nevicata del 1958

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Pur essendo nato a Napoli nel lontano 1952, i miei primi anni li ho vissuti, per mia fortuna, al porto di Maratea. Abitavo nella casa materna, al secondo piano del palazzo che affacciava, prima della costruzione del porto, sulla grande spiaggia. Il grande arenile era il posto dove trascorrevo gran parte del tempo dedicandomi alla mia grande passione: tirare calci ad un pallone. Era il 1958 e frequentavo la prima elementare alla scuola nei pressi della stazione. Allora la banchina del porto non era ancora costruita e lo spazio attualmente occupato dalla stessa era solo spiaggia; in gennaio, quasi tutte le barche dei marinai erano tirate in secco sulla “mbraiata” , ossia il tratto di strada che dalla spiaggia conduceva alla cantina di Virgilio e proseguire poi verso Fiumicello. Non ricordo esattamente che giorno fosse ma di certo faceva molto freddo. Appena sceso da scuola, allora si andava a piedi, e dopo aver mangiato qualcosa, presi il pallone e scesi in spiaggia inseguito dalle urla di mia madre che, vista la giornata, voleva non uscissi. Giunto in spiaggia notai qualcosa di insolito tanto da indurmi a non iniziare il mio “allenamento” quotidiano. Il mare era calmissimo, quasi immobile e di un colore plumbeo maivisto; il cielo era dello stesso identico grigio scuro tanto che non si riusciva distinguerela linea dell’orizzonte né la sagoma dell’isola di Santo Janni . Il tutto avvolto in un silenzio irreale, stranissimo.

Restai qualche minuto ad osservare quell’ insolito paesaggio prima di iniziare a correre sulla grande spiaggia inseguendo il pallone in attesa che scendessero Aldo, Michele, Claudio e Virgilio tutti classe ’52 e tutti amici per la pelle. Mentre correvo fui indotto a fermarmi da un evento mai visto e, considerato il posto, di ricorrenza assai rara: cominciarono a cadere grossi fiocchi di neve che contrastavanocon il colore quasi nero di mare e cielo. Abbandonato il pallone cominciai a rincorrere quei batuffoli che mi circondavano per tutta la spiaggia, incurante dei richiami di mia nonna e mia madre che, invano, mi esortavano a rientrare in casa. Certamente il racconto non rende giustizia alle sensazioni di meraviglia e di felicità provate per il primo incontro con la neve, peraltro dove mai mi sarei aspettato di vederla, tuttavia ho voluto inserirlo tra i racconti di Aldo per far capire, a chi non ha avuto la fortuna di vivere quel Porto, quella spiaggia e quel periodo, cosa si è perso. Guardando le vecchie foto in bianco e nero spesso mi capita di chiudere gli occhi e ripensare a quegli anni, ricavandone un senso di serenità interiore che mi aiuta a superare i momenti difficili che la vita, inevitabilmente, riserva.

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u Cingiorru

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Sin da piccolo ho avuto una grande attrazione per il mare, avendo vissuto al porto di Maratea fino alle elementari non avrebbe potuto essere diversamente, e per la pesca. Pur non essendo un profondo conoscitore delle varie tecniche/mestieri di pesca, mi ha sempre incuriosito molto praticarle nel periodo coincidente con le vacanze estive. Dopo i primi anni delle elementari alla scuola della stazione (foto), per motivi lavorativi di mio padre,ci trasferimmo a Napoli senza però mancare una volta di trascorrere le festività scolastiche e l’estate, nella casa materna del porto.

Posso dire di aver praticato molti mestieri con mio zio Beniamino che di professione faceva il pescatore. Con lui ho pescato con le reti, sia di fondo che di posta, i filaccioni, le coffe e la traina costiera. Il mio interesse, tuttavia, era per lo più rivolto a quei mestieri più impegnativi, perché non praticabili da un singolo pescatore (lambara, cingiorro e coffe d’altura per la cattura di grossi tonni e pescespada), ed era tanto forte quanto lo era la difficoltà a praticarli. Ben difficilmente,difatti, si riusciva ad entrare in una “chiurma” già completa e formata da marinai di professione che,otre ad essere esperti dello specifico mestiere, avevano, a bordo, un compito specifico da svolgere per cui il giovane neofita, se pur animato dalle migliori intenzioni,  era considerato più un fastidio che un reale aiuto.

Io, però, sono stato sempre un tipo determinato per cui non mi sono mai fatto fermare dalle difficoltà e, con i buoni auspici di qualche amico, alla fine sono sempre riuscito nel mio intento. Sono riuscito ad andare alla lambara con i mitici Giuvannuzzi, alle coffe a pescespada con l’Iskra di Matteo e, ancora oggi non ci credo, con il cingiorro di Ermindo (un armatore di Castellabate che aveva il peschereccio al Porto) per la pesca delle alici. L’equipaggio del peschereccio era costituito, in prevalenza, da marinai di Castellabate, agli ordini del capopesca Ermindo, dal carattere scorbutico e autoritario ma dalla valentia eccezionale. Con lui erano imbarcati anche Blasitto, Gabriele(detto ù cèfulu) e, con l’incarico di lampista, Cilarduzzu.

L’unico modo per riuscire a partecipare ad una nottata di pesca, era quella di assillare Cilarduzzo perché intercedesse presso Ermindo in modo che questi acconsentisse.Finalmente un giorno fui “convocato”.Quella sera mi fu assegnato il compito di stare sulla lanza insieme a Gabriele per reggere il cavo su cui scorrono gli anelli che reggono la rete. Non esattamente un compito da poco per una prima volta, ma questo lo avrei capito benissimo in corso d’opera. La pesca con il cingiorro è del tutto simile a quella con la lambara : c’è una lanza con la luce attorno a cui il peschereccio, cala il cingiorro una volta che il capopesca ritiene sia vantaggiosa l’operazione. La differenza con la lambara sta nel fatto che l’ordine di calare non viene impartito dal lampista ma dal capopesca che si avvale delle indicazioni dell’ecoscandaglio.

Una volta presa la decisione il peschereccio lascia sulla lanza di appoggio un capo del cavo andando,a manetta, a circuire il banco di alici e la luce,sotto cui stazionano. Stando sulla lanza si vede la prua del peschereccio che, ultimata la circuizione ti viene addosso per recuperare il cavo per unirlo a quello rimasto a bordo in modo da procedere,collegati i due capi al verricello,  a chiudere la rete formando un “sacco” da cui le alici non possono più uscire.Non oso nemmeno pensare cosa sarebbe potuto succedere se, per qualsiasi motivo, non fossimo riusciti a porgere il cavo alla barca.Ultimata la cala, le alici pescate vengono messe in enormi contenitori di alluminio pieni di ghiaccio per meglio conservarle fino al momento di essere inviate ai mercati.Ovviamente una sola cala, quasi mai risulta sufficiente per ottenere il guadagno sperato dalla battuta di pesca, per cui dal punto in cui si è effettuata la prima ci si sposta, anche di diverse miglia, verso quello successivo.

Mentre ciò avviene, i marinai , profittando del tempo a disposizione, mangiano quello che hanno portato per cena. Anch’io non mi lasciai sfuggire l’occasione.Mentre ero intento ad addentare un panino, vedo Cilarduzzu che, in piedi vicino ad uno dei contenitori delle alici appena pescate, ne prelevava alcune e,dopo averle “scapate” le mangiava insieme ad un pezzo di pane. Visto che lo guardavo stupito mi disse “ ah terrazziere no capiscisi nu cazzu veni prova”. Così mi avvicinai, spinto dalla curiosità di scoprire un nuovo gusto, e mangiai un’alice (che quasi ancora si muoveva) dando contemporaneamente un morso al mio panino. Dovetti convenire che poi non era una cattiva idea.

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Binnardu ‘i Luiggina

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No putìmmu sapì

doppu tantu

punenti e sciroccu…….

ca avìta essi ‘nu lampu!!

Quannu sutt’ ‘i capanni novi

d’ ‘a banchina, pigliàvisi

‘nu palluni e cessa,

cu ‘nu càvuci,

nni facìsi tuccà ‘u celu….

No putìmmu sapì.

Quannu ‘spertu zumpittiàvisi

ncoppa ‘i scogli

pi gghì a piglià ‘nu guzzu

o ‘nu motoscafu….

No putìmmu sapì.

Quannu ‘ntinnàvinu

‘i bicchierini,

sutta a Saveriu,

e l’alba sapì’ ddi vòmmicu….

Cu nu facì sapì?

Quannu n’ avviàmmu pu Crivu

e n’ ascunnàvi’ llu risu

pittàtu ‘nfaccia

e ‘a paroledda sfizziusa pronta….

Chi putìmmu sapì?

E puru quannu l’ùtimu viaggiu

nonn àvisi ancora accumingiàtu

e ggià i jurni ti parràvinu arrètu

cu ‘u sapì ca ‘i purtàvisi a gghittà ‘na munnizza?

Mo pinzamu e dicèmu,

pi nni truvà ‘nu cunfòrtu,

ca no ‘mborta…..

picchì cu muoriti di vernu

Cristu ‘u scàrfiti ‘nnetèrnu.

Bernardo di Luigina. Non potevamo sapere / dopo tanto / ponente e scirocco….. / sarebbe stato un lampo!! // Quando sotto le capanne nuove / della banchina, pigliavi / un pallone e in un attimo, / con un calcio / gli facevi toccare il cielo…/ Non potevamo sapere. // Quando agile zompettavi / su gli scogli / per andare a prendere un gozzo / o un motoscafo…./ Non potevamo sapere. // Quando risuonavano / i bicchierini, / al bar di Saverio, / e l’alba sapeva di vomito…./ Chi ce lo faceva sapere? // E pure quando l’ultimo viaggio / non avevi ancora intrapreso / e già i giorni ti sparlavano alle spalle / chi lo sapeva che li portavi alla mondezza? // Ora pensiamo e diciamo, / per trovare conforto, / che non importa…./ perché chi muore d’inverno / Cristo lo scalda in eterno.

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Peppinu ‘u gabbillòtu

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Com’ a ssempi,

‘i ‘stata,

fuìa p’ ‘a scala ‘i zà Lisetta.

Da luntanu

m’appìsta vidi sckantà

quannu ‘nnand’ a l’occhi,

ammucciàtu arretu ‘u scurinu

d’ ‘a casa ‘i cumma Rusina,

s’apparèviti ‘a faccia sicca

‘i cumb’Ernestinu.

Fuje da tannu

Ca lestu lestu

Mi mittìsti nome

Ernestu.

Peppino il gabellotto. Come sempre,/ d’estate,/ scappavo per la scalinata di zia Lisetta./ Da lontano/ mi vedesti impaurito/ quando innanzi agli occhi,/ nascosto dietro lo scurino / della casa di comare Rosina, / apparve la faccia scarnita / di compare Ernestino. / Fu da allora/ che lesto lesto / mi chiamasti / Ernesto.

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‘Cenzino

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Cu t’ á vistu cchiù accalummà,

a cavallu ‘i Santu Janni,

cu belli morsi

pi sarichi e ajati?

Muschìddi c’arròtinu attòrnu a pizìddi

no nzì ni vìdinu cchiù.

Tuccata putenti fùjti,

‘Cenzì!!

‘Nta ‘nu nenti

‘nguccèsti ‘a fera e,

com’ ‘u tunnàcchiu,

mittìvi lla capu ‘mbunnu.

Su’ rumàsti ‘i gafie

a cantà ‘nu lamentu

cchiù nìvuru d’ ‘a rena ‘i Caljannìti….

Ma non ti ‘ncarricà, ‘Cenzì

no gguardà ‘mbunnu:

addurvi si’ mmo,

chiddu è munnu!!

‘Cenzino. Chi t’ha più visto pescare, / a cavallo di Santo Janni, / con buona esca / per saraghi e occhiate? / Moscerini che girano intorno ai malleoli / non se ne vedono più. // toccata potente fu, / ‘Cenzì!! / In un nulla / abboccò la bestia e, / come il tonnetto, / prese a tirare verso il fondo. // Sono rimasti i gabbiani / a cantare un lamento / più nero della sabbia di Calajannìti…. // Ma non dargli peso, ‘Cenzì / non guardare l’abisso: / dove sei adesso, / quello è mondo!!

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pesca tonno

Una strana pescata

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Sul finire degli anni Sessanta e gli inizi del decennio successivo, al Porto di Maratea, si praticava una     pesca affascinante  e avventurosa  se non altro perchè le auspicabili catture, oltre a pescespada di notevole taglia, potevano essere costituite da tonni il cui peso riusciva spesso a superare  i quattrocento chili. Il mestiere era costituito da coffe che si andavano a calare a dieci, dodici miglia a largo del porto dove, a quei tempi, non era difficile imbattersi nel passaggio migratorio verso il Tirreno Settentrionale delle suddette specie pelagiche. Avendo sentito parlare spesso di questa pesca, e avendola pure praticata, sebbene solo una volta, ho chiesto ad  Aldo Fiorenzano, quale facente parte stabile della “chiurma”, di raccontare un episodio tale da rendere un’ idea, almeno verosimile, dello svolgimento della stessa.

Nel primo pomeriggio di un giorno di giugno del millenovecentosettantadue l’Iskra lascia il porto di Maratea per andare a calare le coffe con una “chiurma” composta  dai fratelli Pasquale, Matteo e Gabriele Schettino, Aldo  Fiorenzano e Pinuccio Possidente. L’Iskra – che in russo significa scintilla – era una barca di nove metri motorizzata con un sessanta cavalli e di proprietà di Matteo. Il “ mestiere” era costituito da una coffa in nylon da 160 ami armata a 40 passi (ogni bracciolo dista dall’altro circa 70 metri) con un “letto” – ossia il filo principale della coffa – da 160 e braccioli da 120, messi a doppino, e terminanti con un amo grosso quanto una mano. Per esca lacerti del peso di tre quattro etti ciascuno.

Dopo un paio d’ore di  navigazione verso il largo, raggiungemmo l’acqua di cala, la prima bandiera di segnalazione posta in mare. In corrispondenza di ogni amo legavamo, come galleggiante, una bottiglia vuota tipo candeggina da un litro e ogni cinque sei bottiglie mettevamo un bidone di plastica da cinque litri o un pallone da calcio in gomma “Supersantos” (quelli arancione che usavamo per le interminabili partite a calcio sulla spiaggia) in modo tale che la coffa “ pescasse”  sempre a galla . L’operatività per filare la coffa in acqua era la seguente:  Matteo calava a mare, Aldo innescava e Gabriele legava la bottiglia sul bracciolo. Più o meno a metà coffa si legava una seconda bandiera e, dopo centosessanta innescate si calava la terza e ultima bandiera. Una volta legata la seconda estremità della coffa alla barca si restava  “in corrente” a motore spento.

Quella sera di giugno finite le operazioni di cala, a buio sopraggiunto e dopo aver acceso una lampada a carburo, ci si accingeva a consumare la cena solitamente costituita da una mega insalata di patate, pomodori e altre verdure accompagnata da formaggi vari e innaffiata da abbondante vino. Durante la cena, sotto il cielo stellato, si discuteva della battuta di pesca e se il nostro “mestiere” potesse in qualche modo interferire con quelli calati dai siciliani, le cui luci vedevamo in lontananza. Normalmente verso le ventidue e trenta si andava a dormire sottocoperta mentre uno di noi, a turno, restava di guardia. Questa necessità era dettata dal fatto che si pescava in prossimità della rotta delle navi che da Napoli andavano verso Palermo e viceversa, nonché sulla rotta battuta da due enormi pescherecci d’altura che, con il loro strascico, potevano agganciare la nostra coffa. Il primo turno quella notte, toccò a Gabriele, quindi ad Aldo, Matteo e Pasquale.

Verso le quattro suonò la sveglia e dopo il caffè e una sigaretta, iniziammo a recuperare la coffa. Il recupero rappresentava il momento più difficile e pericoloso in quanto la possibilità che un tonno potesse abboccare durante l’operazione non era cosa improbabile. Un tonno di due o tre quintali, una volta abboccato, si dirige verso il fondo ad una velocità di oltre ottanta chilometri l’ora per cui si può immaginare in che modo, la parte di coffa appena salpata, possa tornare in acqua . Per questo motivo chi si trova impegnato a mettere a bordo la coffa corre il gravissimo pericolo di essere agganciato da un amo e trascinato sul fondo dal pesce.

Da qui la necessità di avere a portata di mano un affilato coltello per poter tagliare gli ami dai rispettivi braccioli prima che questi tornino in acqua a velocità spaventosa. L’alba non aveva ancora presentato il nuovo giorno che, dopo aver salpato i primi cinquanta ami senza alcuna cattura, la coffa anziché venire dalla superficie veniva dal fondo: segno inequivocabile che un pesce aveva abboccato. Un bell’esemplare di  pescespada di una trentina di chili. Dopo pochi ami, con nostro grande stupore, ci accorgemmo che il letto della coffa era spezzato!!!!

Non ci restava altro da fare che attendere che il sole si alzasse ancora tanto da consentirci di iniziare la ricerca delle altre due bandiere rimaste, nel tentativo di riuscire a recuperare la restante parte della coffa. Dopo un po’ di tempo scorgemmo la bandiera e, nell’avvicinarci, notammo che la stessa si muoveva a confermarci che era trainata da un grosso pesce.  A bordo scattò l’allarme, ognuno prese il suo posto per iniziare la battaglia che si prevedeva lunga e pericolosa.

La coffa non risultava più allineata ma un inestricabile groviglio di nylon, ami, palloni e bidoni che si muoveva velocemente davanti alla barca. La prima cosa da fare, in questi casi, è di evitare che parte del groviglio, durante l’operazione di recupero, possa finire nell’elica. Con mille precauzioni riuscimmo ad agganciare un doppino del groviglio e cominciammo a salpare il groviglio, avendo cura di tagliare gli ami benché il pesce, che dimostrava notevole vitalità, ci costringeva a rimollare tutto in acqua. Dopo vari, infruttuosi tentativi, decidemmo di cambiare strategia.

Ci dirigemmo direttamente sul pesce: un tonno di dimensioni enormi stimato di quattro, cinque quintali. La bestia, malgrado trascinasse quell’ammasso galleggiante che gli impediva di andare verso il fondo, stazionava a più di qualche metro sotto il pelo dell’acqua. A quel punto l’unica speranza di cattura era riposta nell’arpionarlo in modo da fargli perdere sangue e, conseguentemente, forza avendo così buone probabilità di issarlo a bordo.

Pinuccio sfilò l’arpione dalla custodia e si portò a prua. Senza dire una parola, tra lo sbigottimento generale, si lanciò verso il tonno brandendo l’arpione, lo colpì e, senza lasciare la presa venne trascinato dall’enorme pesce per un buon tratto fin che ebbe fiato. Dopo un attimo di panico dirigemmo l’Iskra verso il punto in cui Pinuccio emerse per cercare di metterlo in salvo.

La concitazione del momento e il terrore che il pazzo potesse, in qualsiasi istante, essere agganciato da un amo non ci fece accorgere che, nella manovra, una parte della coffa si era impigliata nel timone offrendo così una resistenza al tonno tale da consentirgli di liberarsi. Recuperammo Pinuccio non senza averlo aspramente redarguito per aver compiuto un gesto che, oltre ad avere messo a repentaglio la sua vita, poteva costituire pericolo per la libertà del resto della “chiurma”.

Pertanto dopo aver tratto a bordo il groviglio per recuperare il possibile (ami, bidoni ecc.) ci avviammo mestamente verso il porto. Passò circa un’ora, nel più assoluto silenzio, prima che uno di noi riaprì il discorso chiedendo a Pinuccio il perché di tale gesto sconsiderato. Ci rispose che lo aveva fatto spinto dalla rabbia essendo ben consapevole che la lotta intrapresa con quel “mostro” fosse impari e che, come tante altre volte, l’avrebbe vinta lui. In effetti, durante gli anni in cui abbiamo fatto questo tipo di pesca, le sconfitte sono state tante al pari dei pericoli corsi.

Ci sono state però molte occasioni in cui la battaglia ebbe diversa sorte consentendoci di portare a terra tonni enormi (vedi foto) e ciò ci dava la forza e il coraggio di continuare questa affascinante, mitica lotta con il mare.

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