Monthly Archives: gennaio 2010

tempesta1987

La mareggiata

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Era l’11 gennaio 1987…

Le previsioni del tempo portavano tempesta da sudovest. Un vento impetuoso soffiava dal mare e le onde si facevano sempre più alte. Il porto era pieno di barche: quelle stanziali,i pescherecci e le paranze, anche quelle di San Nicola Arcella e di Torre del Greco. C’erano dei lavori in corso e quindi si trovavano nel porto anche due chiatte: un pontone e un contenitore in ferro per il trasporto della sabbia. La tempesta era annunciata perchè la pressione atmosferica era bassissima. Solitamente, al Porto, la tempesta inizia da scirocco, poi continua dalibeccio e, infine, gira da maestrale per poi placarsi; pertanto la mareggiata dura, nella sua massima potenza, qualche ora o al massimo mezza giornata. Quel giorno la fase di libeccio che, a seconda dell’intensità del vento, è quella che produce le onde più alte e impetuose non durò poche ore bensì più di un’intera giornata, martellando impietosamente il molo con forza inaudita e mettendo a durissima prova, come vedremo, uomini e cose. Sin dalla mattina si era capito che quella non sarebbe stata una mareggiata come le altre, tanto che molte barche erano già state tirate in secco, dove ora c’è la piazza, altre sulla spiaggetta dentro il porto, e altre sulla salita dell’ex ‘mbraiata. Le barche che erano a mare avevano gli ormeggi tutti rinforzati; molti marinai e operatori portuali giravano sulla banchina con aria allarmata.

Il mare intanto saltava il molo con grande disinvoltura e raggiungeva anche la strada che porta sulla banchina tanto da trasformarla in un fiume in piena. La tempesta di vento nel frattempo trasportava la salsedine delle onde e, con le sue raffiche, oltre a salarti come uno stoccafisso, ti bagnava completamente. Cercammo riparo sotto la tettoia del  bar da dove vedevamo onde gigantesche che sovrastavano il molo in lontananza, e raggiunto, lo superavano senza sfiorarlo per infrangersi direttamente nel porto: una cosa incredibile e mai vista neanche dai marinai più anziani. Per questo Beniamino, verso le undici, telefonò a Raffaele, proprietario dei pescherecci di Torre del Greco, per avvertirlo del pericolo di naufragio che correvano le loro imbarcazioni, invitandolo a precipitarsi a Maratea con tutto il suo equipaggio. La risacca nel porto era tremenda e superava il livello della banchina, quindi inondava la piazzetta, e le barche che erano lì in secca iniziavano ad essere mosse e capovolte. Intanto quelle che erano a mare cominciavano a rompere gli ormeggi, le ancore delle paranze aravano la sabbia e le barche si avvicinavano pericolosamente alla banchina. L’istinto invitava a salire a bordo per trincare le ancore, ma l’esperienza suggeriva che questa operazione alla fine non premia perché accorciando la cima si riduce anche la presa dell’ancora sul fondo e, infine, si è costretti a salparla del tutto, mettere in moto la barca e andare a ributtare l’ancora il più lontano possibile. Mentre si pensava il da farsi, il pontone ruppe gli ormeggi cominciando a sbattere a destra e a manca  demolendo tutto ciò che urtava. Io riandai a casa a cambiarmi per la seconda volta e, quando riscesi, il porto era nel caos. Si prendeva la scossa dappertutto, anche sui muretti; le barche che avevano rotto gli ormeggi cominciavano a naufragare nel Crivo, altre galleggiavano prive di ormeggi nel porto, altre affondavano. Un’onda tremenda buttò la chiatta di ferro sulla banchina trascinandola sullo scivolo che era in prossimità della spiaggetta. Il mare nel porto lambiva le case e quasi entrava nel bar dove, di tanto in tanto, andavamo a riparaci dalla pioggia battente.

Una paranza intanto era stata letteralmente incastrata nella grotta sotto la rotonda, mentre il pontone con la gru finì nel Crivo dopo aver massacrato tantissime barche. L ‘Alibi, un barca di un pescatore del porto, ruppe gli ormeggi e fu depositata direttamente sulla banchina e fu quella che ebbe minori danni. Una barca a vela di oltre dieci metri invece fu sollevata come una mano può fare con un modellino e incastrata nello spazio tra lo scivolo e la banchina(foto). Intanto anche la paranza più grande, la Regina Maris, di Raffaele detto il Cacaglio, perchè balbuziente, aveva preso qualche colpo in banchina e si attendeva l’arrivo dell’equipaggio da Torre del Greco. Quando i Torresi arrivarono, verso l’una, la tempesta era al culmine ma loro, pur di salvare la barca, non esitarono a salirci sopra. Misero in moto e salparono l’ancora. Benché il porto brulicava di relitti, cime e barche alla deriva, essi sembrava riuscissero, in un certo modo, a gestire la situazione tanto che arrivarono fuori dal molo interno, punto in cui dovevano calare l’ancora e poi, a marcia indietro, rientrare e ormeggiarsi di poppa alla banchina. Purtroppo la paranza, ormai con la stiva piena d’acqua per i colpi presi sulla banchina, prese delle cime galleggianti nell’elica risultando perciò ingovernabile e, in pochi attimi, affondò. I Torresi fecero appena in tempo a buttarsi sul canotto autogonfiabile. Si diceva che alcuni di loro non sapessero nemmeno nuotare e a quel punto la loro vita valeva meno che niente. Remavano affannosamente con delle pagaie verso il largo ma le onde li ributtavano verso il Crivo. Io mi ero cambiato di abiti per l’ennesima volta e capii subito che bisognava fare qualcosa per salvare quelle persone da sicura morte. Chiamai mio fratello Sisino e gli dissi di andare subito nel funnico del Baruddo a prendere un salvagente con una lunga cima e mi diressi, insieme ad altri, verso il Crivo. Lì, dove i marinai della paranza lottavano come leoni contro i marosi.
Qualsiasi cosa si toccava dava una scossa elettrica e non ci potevamo avvicinare al Mare perchè le onde ci investivano. Bisognava quindi stare accorti ed attendere quei pochi momenti di tregua che ogni tanto il mare concedeva. Dal gommone ci facevano dei segni e gridavano ma non si riusciva a capire niente. Intanto era arrivato Sisino col salvagente e una lunga sagola, provammo a lanciarlo ma il vento ce lo rimandava indietro. I Torresi ci fecero segno che quella era la soluzione giusta e tentarono di remare verso di noi. Io temevo che in tal modo si potessero sfracellare sugli scogli perchè le onde erano mostruose; ma non c’era alternativa. Ricoperto di salsedine e tra le grida di ognuno di noi che diceva una cosa diversa, mollai il salvagente a Peppuzzo, una prestante persona di Maratea, che lo lanciò con tutta la forza che aveva.
Il salvagente si avvicinò di molto verso i naufraghi e a stento tenemmo il capo della cima tra le mani. Remando con la forza che solo la disperazione sa dare i marinai raggiunsero il salvagente e lo agguantarono. A quel punto noi cominciammo a tirare e, a forza di braccia, li avvicinavamo sugli scogli dove comunque avrebbero corso il gravissimo pericolo di sfracellarsi. Grande fu il timore ma loro ormai disperati gridavano: “tira! tira!” Arrivati sotto gli scogli, aiutati anche dalla spinta di un’onda tremenda, tirammo i malcapitati in secca. Il gommone scoppiò sugli scogli ma loro si aggrapparono e non permisero all’onda di ritorno di ributtarli in acqua, un attimo dopo erano a terra, tremolanti e sfiniti, tanto da non riuscire a camminare, piangevano e parlavano in una lingua incomprensibile. Solo all’ospedale, dove li conducemmo, si ripresero un poco.
Era quasi buio quando l’ennesima potente ondata si abbatté sul molo (in cemento!!!) aprendo uno squarcio di una ottantina di metri mentre la testata dell’altro molo, quello di levante, era stata letteralmente ribaltata. Il mare pertanto, entrava liberamente fracassando tutto ciò che incontrava allagando le case ed entrando nel bar. Di ritorno a casa non potei entrare, tanto ero inzuppato. Davanti alla porta mi feci porgere un accappatoio che indossai dopo aver lasciato tutti gli abiti sulla soglia e, scalzo e tremolante, mi sedetti vicino ad una stufetta. Dopo che la mareggiata sembrava avesse raggiunto il suo scopo, lentamente cominciò a diminuire di intensità pur restando comunque molto forte per tutta la notte e le prime ore del giorno successivo. Dalle foto si riesce poco a capire l’inaudita violenza di una mareggiata che resterà nella mente di quanti ebbero la “sorte” di potervi assistere. La mente va certamente all’infanzia quando la grande spiaggia del Porto veniva percossa da ondate tremende che trasportavano quintali di sabbia sulle porte dei funnachi ricoprendoli fino ad un’altezza di più di tre metri e le barche venivano tirate in secco sulla ‘mbraiata. I Torresi, e Ginuzzo in particolare, uno dei fratelli che si è rifatto un’altra paranza, dopo qualche anno è ritornato al Porto e, memore delle vicissitudini vissute, il suo primo pescato lo regalò ai pescatori del Porto, il secondo a coloro che li avevano aiutati e a tutta la cittadinanza. Ancora una volta  ” ‘U MARI  E’ ACQUA E SALI…… MA  E’ FUNNU, E’ FUNNU ASSAI

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‘U pani cottu ‘i Zù Tanucciu

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Mi su’ arricurdàtu ‘na ricetta ‘i Tanucciu i pecurùni ca sa facì ffa da Angiulina ‘i mammulìta, a perpetua ‘i don Biasìnu, alias  zu’ prevutu. Mittiti a vuddi, ‘inta ‘na sartània, ‘u pani tostu fattu a pezzi. Quannu s’ ériti ammuddàtu ncì mittìti ‘na cucchiara d’ogliu d’aulivu, ‘nu pizzicu ‘i sali, ‘na cucchiara ‘i pipu russu amaru e ‘n alici salata fatta a pezzi picculi picculi.

Quannu s’ ériti asciugata l’acqua e u pani s’azziccàviti sutta, zu’ Tanucciu si futtì puru ‘a sartània.

Pane cotto di zio Gaetano.

Mi sono ricordato una ricetta che a Tanuccio di Pecorone la preparava Angiolina di Mammolita, la perpetua di Don Biasino, alias zio prete. Metteva a bollire, in una padella, il pane duro fatto a pezzi. Quando s’era ammollato ci metteva un cucchiaio d’olio d’oliva, un pizzico di sale, un cucchiaio di peperone rosso (macinato) amaro e un’alice salata tagliata a pezzetti. Quando l’acqua di cottura s’asciugava e il pane s’attaccava al fondo della padella, zio Tanuccio avrebbe mangiato pure quella.

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Le donne dei marinai

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Le donne dei pescatori erano dedite a molteplici attività oltre quella, prevalente, della cura dei figli e della casa. Fra queste, quella della vendita del pesce pescato dai marinai del porto era sicuramente la più impegnativa; sicché tutti i giorni, in cui le condizioni del tempo consentivano agli uomini di andare a pesca dedicandosi ai vari “mestieri” (lambara, rizzi i funnu, coffe,  scavicheddu, ecc.) a loro toccava un gravoso compito. Quando, ad esempio, i pescatori tornavano dalla lambara, Marina (moglie di Biasineddu), Luisa (moglie di Cilarduzzu ), Tresina ì Sceru (madre di Luisa), Maria Felice Iannini (detta Filici à surda) e altre donne di Maratea paese, si portavano presso le barche chiedendo al capopesca, per esempio zù Monicu, una o più cassette di alici (vedi documenti nella sezione pesca “la lambara”) in funzione di quanto pensassero di smerciarne in giornata. Il quantitativo di pesce acquistato non veniva pagato seduta stante, bensì annotato sui “libri contabili” del proprietario della lambara che sommava, giorno dopo giorno, quanto consegnato a ciascuna venditrice fino a quando, passata una settimana o dieci giorni, questa veniva chiamata a chiudere i conti.

Di solito l’operazione coincideva con il momento in cui il capopesca aveva stabilito di pagare i marinai. Nelle foto di un documento dell’epoca si può notare che l’intestazione riportava la data del giorno di pesca (es. 2/08/1951 , il numero di pescatori e delle luci impiegate, nonché il prezzo di vendita al chilo (es. sessanta lire). Seguivano poi i nomi degli acquirenti accanto ai quali erano riportate le quantità e le relative somme. Dalle foto si evince, confrontando le due intestazioni, come, dal 1951 al 1956, il prezzo sia lievitato da sessanta a centodieci lire. Le alici prese dalla barca venivano poste dalle donne in ceste di vimini con il fondo opportunamente impermeabilizzato, le cosiddette “canniste”, che si ponevano sul capo non prima di avervi posto una “kruna” di stracci per ammortizzarne il peso. Con la cesta sul capo si avviavano a piedi, verso le frazioni di Maratea inoltrandosi, spesso, fino a Trecchina o Lauria.

Ciascuna delle venditrici aveva, per così dire, una propria clientela da cui non sempre riceveva, specie in tempo di guerra o negli anni immediatamente successivi, soldi in cambio di merce ma anche prodotti della terra, uova, formaggi ecc. Altra attività cui si dedicavano le mogli e le figlie dei marinai era quella dei “libbani”. La pratica consisteva nell’intrecciare un particolare tipo di erba, detta “tagliamani”, per ricavarne corde vegetali che poi venivano usate per l’allevamento delle cozze e anche nella pesca quotidiana. Le donne andavano a raccogliere l’erba alfa (tagliamani) e poi la mettevano in grossi recipienti pieni d’acqua per farla ammorbidire e, infine, la battevano (ammazzuccàvano) con una grosso randello di legno (mazzòccula) per renderla idonea alla realizzazione della corda.

Quante volte nella “cuntrura” si sentiva battere ritmicamente la “mazzòccula” sul fascio d’erba!! I libbani ultimati venivano portati a Tetella o ad Antonio Alfieri i quali avevano il compito di smerciarli ai gestori degli allevamenti di mitili che, con grosse barche, li mandavano a ritirare sulla spiaggia del Porto. Questa era la vita che le donne svolgevano negli anni quaranta – cinquanta. Zia Giuseppina e mamma Rosa, da cui ho attinto le informazioni, si dicono sicure di non voler cambiare, quel periodo della loro vita, benché fatto di miseria e lavoro, con quello attuale. Pur avendo il sospetto che forse rimpiangano più la giovinezza di quegli anni che il resto, mi trovo assolutamente d’accordo con loro.

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‘U porcu

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‘Na via ‘i gliànne:

“benedìca quantu si’ granne!”

Tagliacàpu ti và truvènnu

e ‘a caudàra sta ggià vuddénnu.

Scinni porcu fricàtu

jett’ ‘u sangu ‘nta ‘nu catu;

craje si’ sanguinàcciu

e ‘nvitàmu a Biasi ‘u pacciu.

Pedi jaccàti e ùgna russi

ncoppa ‘a scala d’ ‘a posta;

‘ncélu i guizzi da lu mussu

e ‘na camiàta senza sosta.

Mo ca ‘a zimma è luntàna

Sulu sangu int’a chiàna.

Ngi po sulu ‘na gran lama

prusciutti, capucòddi e assai salàm’.

Il porco. Una via di ghiande: / “benedica come sei grande!” / Tagliacapo ti va cercando / e la caldaia sta già bollendo. // Scendi porco spacciato / getta il sangue in un secchio; / domani sarai sanguinaccio / e invitiamo a Biasi ‘u pacciu. // Piedi spaccati e unghie rosse / sulla scala della posta; / in cielo grugniti dal muso / e un pasturare senza sosta. // Ora che il porcile è lontano / solo sangue nella piana. / Serve solo una gran lama / prosciutti, capocolli e tanti salami.

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‘A cannìsta

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Putìa maje jìnghi
‘i lacrimi ‘na cannìsta?
Eppùru, china d’acqua salata
t’ ‘a purtèvi.
Ériti l’acqua ‘i chiddu mari ammuccìatu,
quannu quetu, quannu ‘ndiavulàtu,
ca purtàva ‘na micciùna ‘int’ ‘u cori.

Nenti pozzu fa’
si ‘int’ ‘a cannìsta
ngi truvèsti sulu ‘u sali…
E nnenti ngi putìvi lla cannìsta
a ti stipà ‘nu mari sempi ‘n vista.



La cesta. Potevo mai riempire/ di lacrime una cesta?/ eppure piena d’acqua salata/ te la portai./ Era l’acqua di quel mare nascosto,/ quando calmo, quando tempestoso,/ che portavo inconsapevole nel cuore.// Niente posso fare/ se nella cesta/ trovasti solo il sale…./ E nulla poté la cesta/ a conservarti un mare sempre in vista.

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Zù Pascàli

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Papà e mamma nn’anu sempi dittu

ca senza ‘i te

‘a fami s’avèriti pigliàtu

puru a lloru.

E nnuje ca nonn amu maje canusciùtu nonni

cu tte,

àmu avùtu ‘a ciorta

‘i nn’ avì tre.

Zù Pascàli. Papà e mamma ci hanno sempre detto / che senza di te / la fame li avrebbe sopraffatti. / E noi che non abbiamo mai conosciuto i nonni maschi / con te, / abbiamo avuto la fortuna di averne tre.

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Zù Nicola

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Quannu t’addummannàvinu l’ura

e tu, ‘ngoddu ‘u vistìtu bbonu,

da ‘int’ ‘a sacchetta

cacciàvisi ‘u dirròggiu

cu ‘a catinèdda d’oru,

avìsi l’ura bbona pi tutti.

Ma quannu vinìviti

‘u mumèntu tùu

ti truvèviti appisuliàtu

e nonn’ appìsti l’aggiu ‘i sapì,

da chidda cipùdda,

si chidda èriti l’ura

justa pi tte.

Zù Nicola. Quando ti chiedevano l’ora / e tu, indossando il vestito buono, / dal taschino / cacciavi l’orologio / con la catenina d’oro, / avevi un’ora buona per tutti. / Ma quando venne / il tuo momento / ti colse assopito / e non avesti l’agio di sapere, / da quella cipolla, / se quella era l’ora / giusta per te.

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Zù Mònacu

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addò’ va ‘o mare,

llà va ‘a rena

proverbio marinaro sorrentino

Quannu Zù Mònacu cuntàvi ‘nu cuntu,

‘i paròli jscìnu annacàti pe vucca

e i fatti parìnu scritti ‘nfaccia.

Cu mossi d’attori, ‘i mani e l’occhi

ti facìnu vid’ ‘i cunti com’ érinu juti.

E, int’ ‘u cchiù bellu du’ cuntu,

cu ‘na maistrìa

da veru marinàru,

facì fuji ‘a fantasia

sulu dicennu “arrassusìa….”

Po’, comi ‘nu gran reverènnu,

chiudì llu discùrsu cu “e via discurrénnu”.

Zù Mònacu. Quando Zù Mònacu raccontava un fatto, / le parole gli uscivano cullate dalla bocca / e gli eventi sembravano impressi sul volto. // Con movenze da attore, le mani e gli occhi / mostravano i fatti così come erano accaduti. / E, nel più bello del racconto, / con una maestria / da vero marinaio, / faceva volare la fantasia / solo pronunciando “non-sia-mai…” // Poi, come un gran reverendo, / chiudeva il discorso con “ e via discorrendo”.

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Zù Micantòniu

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‘A vicchiaja nnì stipèvi’

duje passiùni:

‘a lirica e ‘u sicaru tuscànu.

Ammènti capuzziàvi’

‘mped’ ‘u lettu ‘i nonònna

pi’ nnenti ‘u sintìsi gridà:

viva il rre, viva il rre!!!”

Cu’ lu sa’ i ‘nzurti

chi si piglièvi’ Marina….

…e quanti voti

l’appìvita cazzià

zù Nicola.

Ma iddu nenti,

caputòsta,

si ni saglìti

‘a via ‘i coppa

‘ntunènnu,

cu ‘nu ciort’ ‘i vuciùni,

‘n’ aria d’ ‘a Tosca

minènnu ‘ncelu ‘u bbastùni.

Zu Micantòniu. La vecchiaia gli conservò / due passioni: / la lirica e il sigaro toscano. / Mentre sonnecchiava / ai piedi del letto di mia nonna / improvvisamente lo sentivi gridare: / “viva il re, viva il re!!!”// chissà quanto spavento / si prese Marina…/ … e quante volte / lo dovette riprendere / zio Nicola. // Ma lui niente, / testa dura, / se ne saliva / verso casa / intonando, / con gran voce, / un’aria della Tosca / lanciando in cielo il bastone.

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V’ arricurdàsi l’addùru…

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V’arricurdàsi l’addùru di’ siccitèlli

minàti a vrancàte int’ ‘u cartòcciu a còppitu?

E chiddu di’ filalàne?

Certi voti, quannu si’ guagnùnu,

abbàsti ‘nu cuppiteddùzzu ‘i mazzàma

datu pi’ dissòbbligu di ‘na scisa ‘i casce,

‘na scarricàta ‘i ghiacciu,

a ti fa’ parì d’avì mmànu

‘nu munnu ‘i ricchizza.

Di chissu sapì ‘na vota ‘u mari:

‘n addùru jinghì la sacca e ‘u cori.

Vi ricordate l’odore…. Vi ricordate l’odore delle seppioline / gettate a manate dentro il cartoccio a forma di cono? // E quello dei gamberetti? // A volte, quando si è bambini, / basta un piccolo coppo di mazzàma* / dato come ricompensa per un aiuto dato a scaricare casse, / ghiaccio, / a farti sembrare di avere in mano / un mondo di ricchezza. // Di questo sapeva una volta il mare: / un profumo riempiva la tasca e il cuore.

* misto di pescato di paranza

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