Monthly Archives: dicembre 2009

Una tragedia

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La pesca del tonno è tra le più affascinanti perché esso è un grande combattente ed è dotato di una potenza formidabile. La sua forma a siluro gli permette, con solo poche codate di raggiungere velocità impressionanti. Spesso quindi la lotta è impari e la spunta quasi sempre lui. Tantissime volte mi è capitato di lottare con un tonno abboccato ed ancora vivo, le volte che sono riuscito a metterlo a bordo si contano sulle dita di una sola mano. Una volta ho pianto come un bambino disperato.

Avevamo lottato due ore con un tonno di tre o quattro quintali, infine esausti eravamo riusciti ad agganciarlo e a tenerlo stretto alla murata della barca, mentre stavamo passandogli una cima intorno alla coda per issarlo ormai a bordo, si è improvvisamente messo a sbattere la coda e a divincolarsi con tale forza che quattro persone quali eravamo, siamo stati letteralmente sbattuti per terra. Il tonno ha rotto il filo e si è inabissato portandosi dietro un enorme raffio ancora infilzato nelle sue carni e da me tenacemente trattenuto fino allo spasimo, lasciandoci con un palmo di naso.

Durante queste lotte il filo scorre velocissimo verso il mare e gli ami enormi si sentono fischiare pericolosamente vicino guai ad essere agganciati da uno di essi, è la fine.Così successe ad un pescatore siciliano che pescava i tonni e i pescespada col proprio figliolo al largo di Maratea.

I siciliani sono i più grandi pescatori di tonni e pescespada e li seguono pescandoli per tutto il Tirreno, fino a Genova ed oltre.

Un giorno una barca non è rientrata dalla pesca come era solito fare a Marina di Camerota, paese della costa campana, ciò è stato notato dagli altri pescatori siciliani che seguivano la pesca ed è scattato l’allarme. Noi come al solito stavamo uscendo a pescare ed era il giorno dopo che questo pescatore non era rientrato; dalla nostra radio ricetrasmittente, sul canale tre che era quello dei pescatori, abbiamo raccolto l’appello lanciato dai pescatori siciliani che erano a Marina di Camerota.

Abbiamo scrutato anche noi il mare in cerca di qualche segno ma niente, non eravamo in zona, lo abbiamo comunicato per fare orientare le ricerche altrove e dopo un poco abbiamo saputo che era stata avvistata la barca; era alla deriva senza nessuno a bordo. Nel tardo pomeriggio hanno trovato le sue coffe; tirandole hanno prima recuperato un tonno, poi il figlio con un amo conficcato nel polso ed infine il padre con un amo conficcato nel collo.

Molto probabilmente il figlio era stato agganciato da un amo e trascinato in acqua, il padre nel tentativo disperato di salvarlo ha rischiato di trattenere il filo per fermare la corsa del tonno verso il fondo del mare, restando anch’esso agganciato ad un amo e quindi risucchiato in mare.

Il mare esige qualche volta questi pesanti tributi.

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L’ingegnere

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Facevo parte di una cooperativa al Porto che si occupava di pesca e di assistenza nautica.

Da poco era finito il braccio di ponente del porto e i turisti vi portavano le loro barche nel mese di luglio e di agosto.

Noi ci occupavamo di assistenza nautica ed avevamo una bella gatta da pelare in quanto il porto non era ancora sicuro e la risacca metteva a dura prova le cime di ormeggio delle barche che sovente sbattevano contro la banchina danneggiandosi.

Erano gli anni ‘70, in pieno boom economico e al porto arrivavano i ricchi . Uno era da poco un nostro cliente, aveva una barca non grande ma con due motori enormi che la facevano diventare la più veloce del Porto. Già il fatto che a questo signore piaceva correre ce lo rese subito simpatico, senza dire delle laute mance che era solito dare. Ci facevamo in quattro per accudirlo e assecondarlo perché aveva un modo così discreto ed educato nell’agire che lo rendeva davvero speciale. Ringraziava per ogni piccolo favore ed il 15 Agosto non usciva in barca per rispetto delle nostre tradizioni e per non creare ulteriore aggravio al nostro lavoro. Veniva però a salutarci e a lasciarci una generosa mancia. Michele e Biagio tenevano cura della sua barca e quando lui voleva si imbarcavano per aiutarlo.

Maratea piacque subito sia a lui che alla sua signora e si adoperarono per comperarsi una casa. Nel giro di poco tempo l’Ingegnere, così comunemente chiamato, acquistò una bella casa e comperò una nuova e velocissima barca.

Prima Biagio e poi Michele si imbarcarono con lui andandoci anche in crociera. Io fui chiamato da Michele una volta per andare a Gaeta a prendere la barca dell’Ingegnere, fu l’inizio di un lunghissimo feeling che mi ha legato anche affettivamente a questa famiglia.

La prima raccomandazione che l’Ingegnere ci faceva era quella che non ci dovevamo far mancare nulla nel nostro soggiorno a Gaeta, dovevamo vigilare affinché il cantiere facesse tutti i lavori richiesti sulla barca , soggiornare nel migliore albergo e pranzare nei migliori ristoranti. Nonostante avesse varie segretarie ci seguiva personalmente e telefonicamente lo dovevamo aggiornare in continuazione.

Con Michele prendemmo alla lettera tale raccomandazione e ci siamo permessi dei lussi che ci facevano sentire degli autentici nababbi. Andavamo a prendere la barca a giugno e la riportavamo al cantiere alla fine di settembre e ogni volta che ciò avveniva era sempre una bellissima avventura . Tre o quattro volte ho avuto il grande piacere di andare in crociera con loro, alle isole Eolie e ad Amalfi.

La prima volta che sono andato alle isole Eolie con loro abbiamo scelto la strada lunga, costeggiando cioè fino a Vibo Valentia e poi tagliando per Stromboli. Fu proprio a Vibo che l’Ingegnere mi fece capire quanto il denaro potesse fare miracoli. Mi ormeggiai vicino la pompa di benzina per fare il pieno di gasolio e ripartire subito per Stromboli. Stranamente non c’era fila alla pompa e nessuno si avvicinò, capimmo subito che era chiusa, scesi e dissi al gestore che eravamo disposti a dare una buona mancia se ci avesse procurato il gasolio. Purtroppo disse che era impossibile in quanto era finito e solo il giorno dopo sarebbe arrivato.

Una cosa mancava spesso all’Ingegnere, il tempo, aveva già prenotato tutto e questo imprevisto sconvolgeva i suoi piani. Quando gli riferii ciò che il benzinaio mi aveva detto, pensò un momento e poi disse alla moglie di passargli il borsello perché voleva vedere se santo danaro facesse il miracolo. Andò dalla stessa persona che mi aveva appena liquidato non lasciandomi alcuna speranza di soluzione del problema e dopo un attimo di conversazione, apertura del borsello e relativo prelievo di un congruo numero di biglietti da L.100.000, abbiamo visto quel signore sgommare con un treruote e dopo pochissimo tempo ritornare con due fusti da due quintali cadauno di gasolio. Arrivammo a Lipari nel tempo previsto.

Ad Amalfi era agosto ed il porto era pieno come un uovo, grandi barche sostavano in terza fila. Sia l’Ingegnere che la signora non erano molto agili nel salire sulla barca, volevano sempre che la scaletta fosse comoda e poggiasse perfettamente perché quel tremolio della scaletta appesa gli dava enormemente fastidio. Di sostare quindi in seconda o terza fila non se ne parlava proprio. Fermammo la barca al centro del Porto e l’Ingegnere mi pregò di scendere con il gommoncino e di andare a parlare col gestore del Porto, un certo Aniello, pregandolo di trovargli un posticino in prima fila per permettergli di scendere a terra; gli dovevo fare anche capire che sarebbe stato molto riconoscente …….. . Presi il tender e mi avviai verso il molo, benché il gommone fosse piccolo ebbi difficoltà a raggiungere la banchina, tanto era piena di barche.

Ormeggiai e scesi, vidi un signore tutto indaffarato che mi faceva segno di togliere il gommone perché dava fastidio, io gli dissi subito che cercavo proprio lui e gli spiegai in maniera esauriente la situazione. Lui mi guardò e con un sorriso beffardo mi chiese se fossi cieco per non vedere in che condizioni fosse il porto, praticamente impossibile anche una terza fila, non si va in giro il mese di agosto senza aver prima preventivamente prenotato a giugno, così concluse. Sconsolato torno a bordo e riferisco quando mi aveva detto quell’omino col cappello arabo in testa.

Ancora una volta l’Ingegnere prega la sua signora di passargli il borsello e prega me di accompagnarlo a terra ed aiutarlo a scendere. Fu una manovra molto difficile e rischiò anche di cadere in acqua perché dovette scendere da sopra un’altra barca. Appena sceso mi pregò di ritornare subito sulla barca che avevamo lasciato ancorata a ruota al centro del porto con sopra la signora e due ospiti. Non passarono cinque minuti e vidi una intera fila di barche, tutte più grandi della nostra, allontanarsi dal molo e fare spazio e l’omino col cappello arabo che si sbracciava facendomi segno di ormeggiare in prima fila.

Ogni anno sulla barca facevamo il rito dell’armamento e quello del disarmo che consisteva nel mettere e togliere la bandierina a prua, sempre la stessa per molti anni anche se vecchia e logora e nel dotare la barca di ogni tipo di comfort.

C’era l’usanza di prendere un aperitivo davvero speciale, un nano ghiacciato con dentro il cassis, un liquore a base di ciliegia molto aromatico che gli dava un sapore particolare e una voglia di berne tanto. Bisognava però usare un’accortezza, mangiare prima dei tarallucci o dei biscottini perché se si beveva a digiuno era un autentico pugno nello stomaco, specialmente in navigazione. Una volta mi è successo e mi sono rovinato la giornata rischiando addirittura una congestione. All’ingegnere piaceva tanto e certe volte ci diceva di aumentare le dosi aggiungendo in ogni bicchiere dell’altro nano e dell’altro cassis.

Spesso d’estate vedevo la barca dell’ingegnere ormeggiata in qualche baietta e facevo in modo che con la mia barchetta “ per caso “ mi trovavo a passare da quelle parti proprio per ottenere l’invito a prendere l’aperitivo a bordo, cosa che puntualmente avveniva.

Sia lui che la signora Paola erano sempre a dieta e spesso ero invitato a cena da loro per fare onore al tavolo e al cuoco, così diceva l’ingegnere, in quanto loro, mangiando poco non gradivano le specialità dei ristoranti ed io ero costretto a fare il sacrificio di ordinare quanto di meglio offriva la casa. Ho dovuto imparare a mangiare le aragoste, gli scampi, i gamberoni, crostacei che prima vedevo solo come ottima fonte di guadagno ma che nella mia casa non si erano mai consumati, ma non perché non ce lo potevamo permettere, bensì perché non era tradizione mangiarli.

I marinai del porto lasciavano le aragostine sulla poppa della barca per donarli ai marinai vecchi e poveri che ne facevano richiesta. Quel sapore dolciastro non mi piaceva affatto e mi meravigliavo che potessero costare e piacere tanto. Ancora oggi come pesce pregiato preferisco i funghi e il prosciutto di montagna, così prendo in giro i miei tanti amici che sbavano alla vista di uno scampo o di un’aragosta ancora viva.

Ogni fine stagione l’ingegnere offriva una cena a tutta la cooperativa e agli altri amici del porto, spesso prenotava in un ristorante di Massa, frazione montana di Maratea e si raccomandava col gestore affinché ci procurasse le migliori prelibatezze. Esordiva portando un regalino alla figlia del gestore, spesso si trattava di un orologio di marca o altro dono comunque di valore. Inutile dire che il gestore aveva un’autentica venerazione per l’ingegnere e gli metteva a disposizione l’intero locale. Una sera aveva apparecchiato fuori il loggiato per noi, ma essendoci un poco di venticello, alla signora Paola faceva un po’ freddo: Non c’è problema disse il gestore e in un batter d’occhio fece sloggiare da due tavoli dei malcapitati tedeschi e subito ci fece trasferire dentro la sala nella quale pendevano dal soffitto salsicce e prosciutti sia di maiale che di cinghiale, capicolli, soppressate, formaggi ed altri genuini prodotti della casa.

Una volta ci fece trovare un tavolo di funghi appena raccolti con degli ovuli e dei porcini di rara bellezza. Quella sera li meravigliai davvero. Mi videro divorare una sperlonga enorme di funghi porcini indorati e fritti. Nonostante che la caratteristica del locale fosse la genuinità dei prodotti cotti alla maniera tipica massaiola quindi semplice e rustica, il gestore spesso esordiva con delle particolari prelibatezze: ci servì una sera delle ricottine ancora nel fuscello del contadino con sopra polvere di caffè appena macinato. Ci siamo commossi e ne abbiamo mangiato a dismisura.

Noi, un po’ curiosi e un po’ preoccupati da queste novità eravamo costretti a ingurgitare tutto per non offendere, così diceva l’ingegnere, la buona volontà del gestore che come un falco controllava i nostri piatti e guai se lasciavamo qualcosa, voleva sapere perché non lo avevamo gradito.

Un altro locale indimenticabile è stato il “ Sirio “ un ristorante di Gaeta dove un vecchio cuoco, dentro una cucina a vista mi ha mostrato l’arte del cucinare e mi ha detto che l’ ingrediente principale di tutte le pietanze che preparava era l’amore. Memorabili i suoi tagliolini alla Goffredo e una serie di formaggi tipici europei ad ognuno dei quali aveva abbinato un miele particolare ed un vino altrettanto tipico.

Purtroppo un male incurabile in poco tempo ha condotto alla morte l’ingegnere e dopo qualche mese, come spesso succede anche la signora Paola ci ha lasciato.

Da questa grande amicizia mi è rimasto un rammarico, quello di aver ricevuto molto di più di quanto io sia riuscito a dare.

Grazie ancora ingegnere per il privilegio di avermi incluso nella cerchia dei vostri amici. Le persone ricche non mi sono mai state particolarmente simpatiche ma Lei ha costituito una eccezione formidabile, ho provato per Lei lo stesso affetto che provo per le persone più care della mia vita e non certamente per le sue mance che pure sono state tante e laute ma per la Sua grande umanità e disponibilità verso il prossimo, soprattutto verso quello più bisognoso.

Resta ancora una delle persone che più frequentemente mi fanno compagnia nel nugolo dei ricordi che scorrono nella mia mente ogni sera prima di addormentarmi.

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Antea

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All’ inizio degli anni ‘70, alla fine di giugno arrivò al Porto una barca di nome Antea, a bordo c’erano quattro o cinque giovani ed un signore un poco più anziano, sui quarant’anni; si sistemarono sulla zona del porto gestita da Franco Cacciatore, un portaiolo che faceva assistenza nautica. Si era ancora agli inizi al porto, il traffico era scarso e si socializzava spesso con gli equipaggi delle barche che arrivavano. Girolamo era il padrone dell’Antea, l’aveva costruita lui di sana pianta, pezzo per pezzo e vi aveva impiegato degli anni perché insegnava Educazione Fisica a Torino, solo nei mesi estivi si recava ad Ascea, suo paese d’origine, dove aveva messo in cantiere la costruzione della barca. Ne venne fuori una bella barca di otto o nove metri, cabinata, con quattro comode cuccette, bagno, cucinetta ed un prendisole a prua.

Aveva un albero con una vela latina ma navigava quasi sempre a motore, la vela era un propulsore alternativo in caso di avaria al motore.

Girolamo che noi chiamavamo “professore” era un tipo geniale, sapeva e si occupava un po’ di tutto, dalla falegnameria all’elettronica e quindi in un porto ancora in allestimento diventò un punto di riferimento sia per gli operatori che per i turisti che avevano la disavventura di fare avaria con la barca . Quanti interventi finiti quasi tutti a buon fine e al momento di farsi pagare optava sempre per una collettiva bevuta al bar. A bordo abbiamo subito fatto la conoscenza con Franco, Lello ed un altro ragazzo del quale non ricordo il nome ma di una simpatia unica.

L’Antea divenne il punto di appoggio di quasi tutti i giovani del Porto dal mese di giugno fino ad ottobre; non che al Porto ci fossero tanti giovani, eravamo una decina, ma se volevamo passare una serata bella dovevamo procurare da mangiare e da bere e portare il tutto sull’Antea. Quante bottiglie di pomodoro fatto in casa scomparivano dalle nostre credenze di casa per ricomparire sull’Antea, dove il Professore o Lello si occupavano di organizzare delle cenette stupende, alla fine delle quali compariva una chitarra nelle mani di Franco dalla quale uscivano delle note di canzoni napoletane tra le più belle del mondo.

Non passava molto e sul molo si formava una piccola folla di ragazzi e ragazze, prima silenziosi ascoltatori poi partecipanti attivi nel senso che anch’essi cantavano a squarciagola. Tante nuove amicizie nascevano spontaneamente favorite dalla condivisione della musica e delle canzoni cantate. Murolo e De Andrè la facevano da padroni ma anche tante altre canzoni classiche napoletane.

Spesso Franco veniva scritturato da proprietari di locali o da organizzatori di feste, tanto era bravo a cantare e a suonare, tantissime erano le canzoni di cui ricordava a memoria tutto il testo mentre noi spesso dovevamo solo sussurrare il motivo musicale non ricordandone le parole.

Ogni anno c’era l’attesa dell’arrivo dell’Antea, mai delusa perché il Professore era puntuale in quanto arrivava da Torino con un grande bisogno di libertà e solo al porto lui realizzava questa aspettativa.

Una sera organizzammo una festa davanti ad un bar proprio all’inizio del porto. Il bar era situato al piano terra di un palazzo di sei appartamenti situati al secondo e terzo piano. Mano a mano che Franco suonava e cantava, la gente aumentava sempre di più e il tempo passava velocemente.

Erano verso le quattro di notte e cantavamo ad alta voce un motivo che ricordo faceva così: ” Flippo, flippo, flippo, fiore di primavera, la donna tiene i peli anche sul cuore. E i non ma pigliassi pì mugliera, nemmeno se me l’ordina il dottore.

Parola mia, parola mia d’onore”. Finito il motivo una signora in un impeto di gioia disse:” Ma che sarebbe Maratea senza di noi!”. Ad un tratto sentimmo una voce dal secondo piano del palazzo che diceva :”NA PACE, NA PACE”. Sul balcone era affacciata una signora anziana con una sottana nera che invano cercava di prendere sonno tanto era il casino che facevamo. Il professore bevve tanto quella notte che il giorno dopo asserì di aver visto sul Porto Garibaldi che correva col suo cavallo bianco.

Il tempo passava e i ragazzi dell’Antea da studenti diventavano laureati e poiché erano dotati si inserivano subito nel mondo del lavoro e degli affari. La spensieratezza e l’allegria che li aveva contraddistinti lasciarono il posto agli impegni che diventavano sempre più gravosi fino a rendere la loro presenza sempre più sporadica.

Solo il professore era costante e con lui passavamo molto tempo a parlare del tempo passato senza però organizzare come una volta il presente. Il Porto era cresciuto, lo scenario era cambiato, noi avevamo cambiato mestiere e quell’anima, quella identità che era la forza del luogo si andava perdendo . Dalla condizione di speciali eravamo diventati normali. L’Antea durante una mareggiata affondò, altro brutto segno di decadenza, ma il professore non si rassegnò, riaprì il suo vecchio cantiere e nel giro di qualche anno tornò al Porto con ANTEA II,una bellissima barca simile ed ancora più bella della precedente. Ma la storia non si ripete, almeno in breve tempo e non siamo più riusciti a ricreare quelle condizioni di positiva spensieratezza e simpatia che nel porto faceva tendenza.

Tanti turisti negli anni successivi chiedevano agli operatori portuali che fine avesse fatto quella barca di nome Antea che ogni sera faceva una festa.

Qualche anno fa abbiamo poi saputo che Girolamo il professore ci aveva lasciato ma il suo ricordo e il suo sorriso continua a raffiorare nella nostra mente occupando lo spazio dei ricordi più belli.

Grazie professore, il tuo passaggio al Porto ha lasciato una traccia profonda e indelebile.

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L’architetto

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Erano gli anni ‘70 ed al Porto, in una delle case più belle, venne ad abitare un noto Architetto di Firenze. Girava voce che avesse fatto la stazione di Firenze, il piano regolatore di Stoccolma ed altre importanti opere. Era un uomo anziano, molto alto dal fisico un poco cadente dovuto al fatto che prima era grasso e poi era dimagrito tanto, ciò gli conferiva un’aria un poco triste. Bastò questo per rimediare il soprannome di “ Camposanto”. In genere vestiva abiti di lino bianco ed era, a parte l’aspetto fisico, di una simpatia unica , parlava con accento fiorentino ed aveva assunto come donne di servizio due sorelle anziane del Porto, Drosolina e Teresa, essendo troppo difficile chiamare una persona Drosolina, l’avevano ribattezzata Rosolia.

Io ebbi modo di conoscerlo personalmente quando giunse al Porto la sua nuova barca che si era fatto costruire da un cantiere navale di Castellabate, la chiamò “ Castrocucco” come una frazione di Maratea, era lunga nove metri ed era di colore nero con un piccolo ritornello di colore giallo. Il colore della barca confermò ai portaioli che il soprannome a lui dato era più che appropriato.

Un giorno mi chiese se sapessi andare a vela ed io gli risposi subito di si, mentii ma avevo bisogno di lavorare come marinaio e lui era un buon armatore, essendo ricco. Io ero andato a vela solo con una piccola barchetta che usava a mò di vela un lenzuolo bianco issato su un piccolo albero al centro della barca. Nonostante ciò avevo scuffiato un paio di volte, mi ero cioè rovesciato con la barchetta ed ero stato trainato sulla spiaggia con la barca ancora capovolta. Il mio curriculum quindi come skipper era impresentabile.

La Castrocucco aveva il fiocco e la randa come vela ed un bel motore francese di 50 HP che gli permetteva una veloce navigazione molto utile per raggiungere i punti ventosi visto che Maratea non è una zona dove spira spesso il vento, la zona buona è verso Punta degli Infreschi, la punta che viene prima di Palinuro. Come barca era molto bella, lui l’aveva voluta spartana all’esterno e con qualche confort all’interno. Notai subito che non c’era il sedile davanti alla ruota del timone, quindi chi guidava la barca doveva stare in piedi, glielo feci notare e lui mi disse che non aveva trovato nulla di bello e quindi aveva pensato ad un sedile mobile da montare solo all’occorrenza.

Un giorno mi portò un bastone da alpinista che, aperto diventava una specie di sedile, ma, avendo come terminale una punta da infilare in un pezzo di sughero, bisognava essere equilibristi per poter stare seduti durante la navigazione.

Essendosi subito accorto che sia le mie che le sue cognizioni sulla navigazione a vela erano alquanto scarse, fece venire da Salerno un maestro con l’incarico di insegnarmi sia la teoria che la pratica velica. Appena arrivato, fece la visita alla barca e ci disse che bisognava comperare subito un anemometro; io, non sapendo cosa fosse, annuii e guardai l’architetto il quale pensoso disse al Maestro:“ Guardi che il mio ano non l’ha misurato mai nessuno”. Lo disse in un fiorentino così simpatico che ci fece fare una sonora risata. L’istruttore ci disse che era un’elichetta da montare in cima all’albero che segnava sia la direzione che la velocità del vento.

A parte la particolare terminologia che imparai in seguito, capii subito come prendere il vento e fare scivolare sul mare la Castrocucco in assoluto silenzio, ciò piacque molto all’architetto ed entrai nelle sue simpatie. Una delle prime cose che avvertii, frequentando l’architetto e i suoi ospiti, fu la carenza che avevo nel campo della cortesia e del galateo. Come giovane marinaio ero un poco scontroso, anche se educato, ma non conoscevo le regole e i modi di agire in uso nella società borghese. L’Architetto, con molta discrezione mi faceva notare sempre gli eventuali errori comportamentali che commettevo soprattutto quando manifestavo il mio dissenso, ero troppo impulsivo e ciò mi rendeva antipatico. Io ringraziavo e pregavo l’architetto di farmi notare sempre eventuali mie carenze perché disponibilissimo ad imparare in quanto non volevo assolutamente fermarmi al ruolo di semplice marinaio.

L’anno successivo infatti ero già al comando della barca avendo preso la patente nautica che me ne dava titolo.

Mimma Mondadori, quella della casa editrice e futura seconda moglie dell’Architetto e Giorgio Bassani lo scrittore, spesso mi guardavano sott’occhio e notavano puntigliosamente gli errori che commettevo durante la conversazione o durante il consumo del pasto a bordo. In genere il marinaio su una barca da diporto serve il pranzo all’armatore e agli ospiti e solo quando questi hanno finito può consumare il suo. L’Architetto volle sempre che io pranzassi insieme a tutti i commensali e che partecipassi alla conversazione in modo che potessi esprimere anche il mio parere su qualsiasi argomento si stesse trattando.

Quando stava bene in salute – soffriva spesso di dolori allo stomaco dovuti ad un ulcera gastrica che si era cronicizzata – era una persona molto simpatica e raccontava delle storie veramente carine, a volte un poco colorite e sempre maliziose. Raccontò una volta che all’inizio della sua carriera ebbe l’incarico di progettare una villa a Capri. Il committente era un certo sig. Foglioni e lui, avendo problemi nel ricordare i nomi dei suoi clienti che per sua fortuna erano tanti, subito pensò: “ecco un cognome che non dimenticherò mai “, essendo chiara una certa allusione.

Passò del tempo e lui ritornò a Capri per proseguire il lavoro di costruzione della villa ed appena vide il cliente, allungò la mano e disse: “ Buon giorno signor festicoli”.

La sua presenza a Maratea era dovuta al fatto che il Conte Rivetti, un industriale piemontese, l’aveva chiamato per la progettazione del Santavenere, un albergo di prima categoria e per il restauro della torre che il Conte aveva scelto come sua dimora. Avendo ambedue un carattere molto deciso ben presto finirono per litigare, in modo così profondo da non riuscire più a rappacificarsi.

Anche il Conte aveva una barca: “La Mozzarella”, sulla quale era imbarcato un mio amico e quando ci incrociavamo per mare, cosa che io cercavo di agevolare sempre, l’Architetto non si sapeva astenere dal fare dei brutti segnacci con le mani rivolte al Conte il quale, con molto stile incassava e non replicava mai.

Un giorno gli dissi che il Conte aveva fatto costruire una nuova piscina davanti all’albergo che prendeva l’acqua direttamente dal mare; lo dissi sapendo che l’architetto l’avrebbe presa come una provocazione ed infatti subito replicò, innanzi a degli illustri ospiti, che in confronto alla sua piscina che aveva nella sua dimora a Fiesole quella del Conte era: ”un piscio di gatto”.

Spesso, quando gli ospiti andavano a fare il bagno lui si fermava a bordo a conversare con me. Erano dei momenti molto piacevoli perché mi raccontava episodi della sua vita sempre molto interessanti e non solamente i successi, ma anche le sconfitte che immancabilmente si verificano durante la vita di una persona. Mi fece capire che anche le persone di successo vivevano momenti di solitudine e di infelicità. Io invece pensavo allora che i ricchi, col denaro potessero essere sempre contenti perché avevano la possibilità di non farsi mancare mai niente. Mi disse un giorno che un episodio l’aveva emozionato e lusingato nello stesso tempo: fu il suo primo incontro che ebbe con Mussolini. Era stato chiamato dal Duce per discutere su un impianto telefonico da fare al Sud. Impianto che poi realizzò ottenendo il plauso dal Duce in persona.

Io ero incaricato di comperare il pesce fresco direttamente dalla paranza e lui si raccomandava con me, dicendomi che non mi dovevo preoccupare se il prezzo era alto ma solo della freschezza del pesce. Gli comperavo delle triglie grandi e freschissime ma avevo timore nel dirgli il prezzo, tanto lo vedevo esagerato e gli chiarivo che non percepivo nessuna tangente nell’operazione, anche se questo termine è diventato famoso successivamente.

Un giorno venne a bordo più triste del solito e mi disse che meditava di vendersi tutto e andarsene dal Porto. Gli chiesi quale fosse il motivo di tale risentimento e lui rispose che già un paio di volte aveva detto a Rosolia, la sua cuoca, di togliere le teste alle triglie prima di servirle a tavola perché quell’occhio bianco e rinsecchito dal calore gli faceva perdere quel poco di appetito che aveva. Rosolia non rispondeva e la volta successiva riproponeva le triglie a tavola sempre con le teste. Quella sera l’Architetto si era incavolato ed aveva sgridato Rosolia perché per l’ennesima volta non aveva ubbidito.

Rosolia rispose, alzando la voce ancora più di lui, che non poteva buttare le teste delle triglie perché erano la parte migliore del pesce e nel contempo aveva preso una triglia con le mani, ne aveva staccato la testa con decisione e se l’era infilata in bocca masticandola in faccia all’architetto insegnandogli così come si mangiano le triglie, poi voltò le spalle e se ne andò lasciando sbigottito il povero architetto. Io dovetti simulare una stizzosa tossicina per evitare di ridere sonoramente perché conoscendo Rosolia, immaginai la comicissima scena.

Una volta aveva degli ospiti a casa che ogni giorno portava a mare e mi diceva di far loro visitare le zone più belle della costa badando di farli divertire. Io ci tenevo a fare bella figura ed organizzai visite alle grotte, pesche subacquee nelle zone più belle, veleggiate stupende e picnic in spiagge irraggiungibili da terra. Tutti gli ospiti erano contentissimi e mi riempivano di complimenti, tranne una bella ragazza che aveva più o meno la mia età, tutte le cose che facevamo non suscitavano in lei nessuno entusiasmo. Gli chiesi pure se avesse delle preferenze ma scosse il capo per dirmi di no.

Anche l’Architetto aveva notato che questa ragazza non si divertiva e mi chiese se ne avessi scoperto il motivo e alla mia risposta negativa mi disse: “ Bimbo, dobbiamo prendere dei provvedimenti, questa sera vestiti bene e vieni a casa mia , ti fermi un poco a parlare con noi e poi chiedi sia alla ragazza che al padre il permesso di uscire con lei per condurla nella discoteca del Santavenere”.

Logicamente il tutto a spese sue. A me è preso un mezzo accidente perché non sapevo come comportarmi, rifiutarmi sarebbe stato scortese e inopportuno, era una ragazza bella e ricca, ma io non avevo la sfacciataggine di invitarla in quel modo e poi cosa dovevo fare in caso di rifiuto? Sarei rimasto stecchito. Mi disse inoltre che nel caso la ragazza avesse accettato, non dovevo fare il galletto ma avere un comportamento educato e non invadente essendo la prima uscita insieme, lui avrebbe garantito per me davanti al padre. Si fece subito sera e nessuno dei pantaloni che avevo mi sembravano adatti e nemmeno le magliette si abbinavano, tantomeno le scarpette. Rivoltai casa e litigai con mia madre che non capiva tutta quell’agitazione.

Andai infine al Porto nella boutique dove c’era Liliana, una mia amica e la pregai di darmi un pantalone decente ed una maglietta aderente in sintonia col pantalone. Mi fece la piega al pantalone seduta stante, anche se provvisoria, e mi abbinò una maglietta di marca che mi stava benissimo. Gli promisi che l’avrei pagata al più presto, la ringraziai e mi andai a fare gli ultimi ritocchi a casa. Ne uscii con i capelli bagnati e con il cuore che voleva uscirsene dal petto. Arrivai un paio di volte vicino la porta ma me ne tornai, una volta mi sembrava troppo presto, un’altra mi ero dimenticato cosa dire, infine mi feci coraggio e bussai.

Mi aprì Rosolia e mi condusse nel salotto dove c’erano tutti, accennai ad un sorriso, dissi buona sera e mi sedetti vicino l’Architetto. Da come mi guardavano divertiti capii che l’architetto mi aveva spianato la strada, facemmo un po’ di conversazione e poi, visto che non accennavo all’invito fu lui a dire che sulla barca avevo espresso il desiderio di uscire con la ragazza ed era una buona idea perché quella sera in discoteca c’era una festa simpatica.

Sia il padre che la ragazza acconsentirono e dopo poco uscimmo insieme. Che emozione, me la mangiavo con gli occhi tanto era bella e ben vestita. Per prima cosa la convinsi a fare un giro sul Porto per farmi vedere dagli amici e poi andammo alle “Ginestre”,la discoteca del Santavenere che era bellissima. Quella sera feci bella figura perché conoscevo un paio di ragazzi del complesso musicale che suonavano dal vivo, “I Lupi” si chiamavano e la ragazza si liberò dal magone e si divertì un sacco. La riportai a casa che erano le due passate e dalla discoteca fino ai gradini di casa la condussi per mano, la salutai dandogli un bacio sulla guancia, le luci in casa dello architetto erano ancora accese.

Passai quattro o cinque anni a bordo della Castrocucco, anni che ricordo con grande piacere perché mi hanno maturato e mi hanno dato modo di fare esperienze bellissime e conoscere e frequentare personaggi di primo piano.

Anche i miei genitori erano contenti perché quando gli raccontavo le mie esperienze mi dicevano sempre un proverbio “Mettiti sempre con quelli migliori di te e fanne anche le spese”.

Un giorno, mentre navigavo speditamente con la Castrocucco verso Punta degli Infreschi, Giorgio Bassani intimò di fermarmi. Preoccupato fermai la barca e gli chiesi cosa fosse successo e lui mi disse che non poteva rispondermi, anzi, dovevo stare zitto perché doveva comporre. Anche l’Architetto restò meravigliato ma non replicò subito, dopo un poco lo scrittore mi disse che potevamo riprendere il viaggio. Arrivati in una baia a Punta degli Infreschi, ancorai la barca, misi la scaletta in mare e dissi agli ospiti che chi voleva poteva scendere in acqua. Scesero in acqua tutti, tranne io, l’Architetto e Giorgio Bassani.

A questo punto l’Architetto si rivolse allo scrittore e gli chiese il motivo per cui aveva fatto fermare la barca in mezzo al mare. Lui gli rispose che era una questione di musa ecc. ecc. L’Architetto, con aria paterna replicò: “Vedi Giorgio, coi “Giardini dei Finzi Contini, hai composto il tuo capodopera, ora, come tutti gli scrittori ti tocca fare le “opere minori”, quindi lascia stare la musa e facci navigare in pace“. Malgrado il tono scherzoso usato dall’Architetto al Bassani non piacque molto quel suo dire e se ne stette per parecchio tempo da solo e pensoso seduto sulla barca.

L’Architetto durante i mesi invernali soleva tenere la barca in un cantiere di Salerno dove faceva fare la manutenzione al motore e tutti i lavori di rimessaggio. Io ero l’incaricato sia del viaggio di andata che del ritorno nonché della assistenza ai lavori in cantiere. Logicamente trasformavo questi trasferimenti in mini crociere, tanto era il divertimento che provavo nel navigare e spesso portavo con me degli amici coi quali dividevo lavoro e divertimento, tutto a spese dell’Architetto che in queste occasioni era brillante.

Il mio cruccio con l’Architetto stava nel fatto che quando veramente c’era il vento forte per navigare a vela, lui non voleva uscire perché soffriva di mal di mare e diceva che il suo sogno era: “ Vento forte e mare calmo “, evento che si verificava solo raramente.

L’evento che invece lo contrariò moltissimo e che gli fece cadere dal cuore Maratea fu che dopo il 15 di agosto, la sua casa fu invasa da una grande puzza di olio fritto. Al Porto il 15 agosto l’Azienda di Soggiorno e Turismo organizzava la “Sagra del Pesce“ e proprio sotto la casa dell’Architetto, sul molo, venivano impiantate tre grandi padelle nelle quali veniva fritto una enorme quantità di calamari, gamberi e alici, pesce che veniva distribuito gratuitamente ad un gran numero di turisti appositamente convenuti.

Alla fine della festa, la notte, puntualmente qualche cervellone ubriaco versava sull’asfalto l’olio di una o più di queste padelle. Quest’olio emanava, nei giorni successivi, e sempre con più intensità una puzza tremenda che la brezza diffondeva verso le case vicine. Quella brezza che era il vanto della casa dell’Architetto diventò quindi diffusore di una grande e insopportabile puzza che durava tutto il resto dell’estate.

Malgrado le denunce fatte, ciò accadde anche gli anni successivi e quindi l’architetto fu costretto ad andarsene dopo ferragosto facendo diventare i suoi ritorni sempre più radi.

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Liuni

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Durante la primavera, per molti anni consecutivi, veniva al Porto, con la sua barchetta “Giovanni dalle Bande Nere“ dal vicino Scario, paesino della Campania, Liuni, un simpatico pescatore sempre allegro e scherzoso, ubriaco quasi a tempo pieno.

La sua barchetta era semiaffondata dalle reti e dal bagaglio che si portava dietro, motorino compreso. Dormiva sotto la prua della sua barchetta, dentro un paio di coperte e viveva vendendo quel poco di pesce che riusciva a pescare. Le sue reti erano in pessime condizioni, piene di buchi e puzzolenti di pesce marcio, puzza che trasmettevano sia alla barca che agli abiti di Liuni. Conosceva tutta la gente del Porto ed era gentilissimo, quando vendeva del pesce ad un marinaio o alla sua moglie non se lo faceva pagare a costo di restare digiuno. Per questo motivo noi portaioli non gli facevamo mancare mai nulla, vino compreso. Spesso mangiavamo insieme su qualche barca ormeggiata nel porticciolo da poco costruito.

Era il periodo in cui i Colonnelli avevano fatto il colpo di stato in Grecia ed una barca, con a bordo una coppia greca, era riuscita a fuggire e, girovagando per le coste italiane era arrivata al Porto di Maratea giusto quando avevano finito sia i soldi che il carburante.

Nel suo vivere Liuni aveva avuto anche una parentesi tedesca, aveva cioè fatto l’operaio in Germania per una ditta impegnata nell’edilizia ed aveva imparato a parlare un poco di tedesco. Anche la coppia greca parlava tedesco e quindi ecco che Liuni divenne il traduttore simultaneo della donna greca. Si trasferì a bordo della loro barca che aveva appunto la cabina per gli ospiti e a questo punto il pesce che pescava lo consumava direttamente a bordo insieme ai due greci e spesso dopo aver abbondantemente bevuto cantava ad alta voce stornelli cilentani mentre i due greci allegramente ballavano.

A notte fonda la signora era spesso costretta a trascinare in cabina e coricare sia Liuni che suo marito completamente ubriachi fradici. A noi ragazzi del Porto non poteva passare inosservata una simile situazione e subito facemmo amicizia con la coppia greca la quale gentilissima, ci disse che erano onorati di ospitarci a bordo e di uscire con noi tutte le volte che volevamo. Il problema era che, essendo dei rifugiati politici non avevano nemmeno i soldi per la sopravvivenza, quindi gradivano moltissimo qualsiasi cosa noi portassimo a bordo, soprattutto cibo e carburante. Liuni divenne subito il capocerimoniere e organizzava ogni sera cene e festini. Aveva un vecchio motorino al quale aveva dato il nome di “Lucia” col quale usciva a comprare il cibo e a vendere il pesce pescato quando questo era abbondante.

Un giorno lo vedemmo tornare dalla pesca e prima di raggiungere il molo lo sentimmo cantare e, con le braccia aperte rivolte verso la montagna di San Biagio, pregare e ringraziare il Signore per la pesca miracolosa che era riuscito a fare. Veramente la barca era letteralmente piena di pesci e le reti ne contenevano ancora. Erano dei pesci spinosi, buoni solo per la frittura che noi chiamiamo “Ciauli”, comunque anche se a poco prezzo si vendevano. Liuni come in trances continuava a dire : “hoi Sambià, comu ti pozzu ringrazià, figliu roru, figliu taumaturgu, mai Giuvanni ( la barca) ha piscatu tanti pisci”.

Abbiamo recuperato delle cassettine dentro le quali abbiamo sistemato una trentina di chili di ciaule che Liuni si ha caricato sul motorino Lucia ed è andato a vendere Scario, suo paese d’origine, dove aveva dei clienti a cui vendeva regolarmente il pesce. Noi intanto abbiamo ripulito le reti dal pesce restante e un po’ ne abbiamo regalato, un po’ venduto ed un po’ ce lo siamo presi per le nostre famiglie. I greci li abbiamo letteralmente riempiti di pesce ma purtroppo sulla barca non avevano la possibilità di tenere il frigo acceso quindi non sapevano cosa farne.

Al ritorno Liuni portò le cassette vuote ed un boccione di dieci litri di vino e ci disse che aveva venduto tutto il pesce. Mangiammo frittura di pesce per tre giorni, a colazione, pranzo e cena; al quarto giorno Liuni aveva aggiunto all’ultima insalatiera piena di pesce fritto della menta e dell’aceto facendo così una profumatissima “Scapece” che ai greci piacque tantissimo. Spesso la sera, dopo cena, restavamo sulla barca ad ascoltare le vicissitudini che avevano condotto Frau, così lo chiamavamo, e la sua donna fino a Maratea ma non riuscivamo a capire bene perché lui parlava un pessimo tedesco e per di più Liuni traduceva ancora peggio.

Perdevamo un sacco di tempo nel cercare di capire e spesso stanchi, nel mezzo della storia, lasciavamo perdere. Restarono al porto per una intera invernata ospitando anche Liuni, poi un giorno conobbero una persona di un paese vicino che cominciò a corteggiare la donna, a fargli dei regali e a portarsela in giro.

Il compagno aveva capito e cominciò ad ubriacarsi ancora di più. Un pomeriggio mi accorsi che stavano caricando a bordo parecchie buste di cibo ed acqua. Chiesi alla donna cosa avesse in mente e, con un velo di tristezza mi disse, almeno così credo di aver capito, che per bisogno era stata costretta a vendersi a quella persona che comunque gli aveva promesso di accompagnarli fino a Genova, di vendere la barca e permettere loro di raggiungere la Germania dove avevano dei conoscenti. Partirono e dopo qualche giorno sapemmo che erano stati fermati dalla Guardia Costiera a Ischia, e che gli avevano sequestrato la barca perché priva di documenti, però gli avevano riconosciuto lo stato di rifugiati politici.

Una sera Liuni cadde col motorino in una curva perché disse, essendo completamente ubriaco, gli sembrava un rettifilo. Lo portammo nell’Ospedale di Maratea dove gli riscontrarono la frattura di un braccio ed altre piccole escoriazioni. Alla terza pastina in brodo che la Suora gli portò come pranzo, lui la chiamò e gli fece notare che nel volo che aveva effettuato l’ala si era rotta ma il becco era rimasto sano, poteva quindi tranquillamente mangiare di tutto. Poi anche lui se ne partì con la sua barca per Scario e poiché il vino e la vita da marinaio girovago lo avevano fiaccato, abbandonò la pesca ed accettò l’incarico di fare il guardiano a tempo pieno in un villaggio che stava nascendo su una collina vicino Scario.

Lo rividi qualche anno dopo nel mezzo di una festa a Scario dove lui ancora continuava a fare il capocerimoniere e, quando mi riconobbe, fece zittire il rumoroso gruppo di amici e disse :”Chistu è u figliu roru i Maratia”, mi abbracciò stringendomi per lungo tempo e, nonostante la puzza di vino fosse tanta, non riuscì comunque a coprire il profondo affetto che scaturiva da quell’abbraccio.

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‘Mbròsiu

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Marinari ca ammisùrinu com’ a mmì

‘u Portu, nonn à maje visti.

‘U quartìnu pi mme

Nonn è maje statu ‘nu palazzu:

a mmari ngi cuntàvu ‘a luna

e ‘nterra ngi divacàva ‘u vinu.

Po’

Dalle e dalle,

no ssapìvi cchiù smiccià

‘a luna vecchia d’ ‘a luna nova.

Ma dicu,

Nonn era sempi iu, ‘a Tigra

Puru si ‘mpillicciàtu coma ‘n orso?

E  quannu mmaje s’ è vistu ‘na nuvula

Ammurtà ‘u soli?

Eppuru ‘na filosofia com’ ‘a mia

No fuje cazz’ ‘i ‘nduvinà

Addu’ accummèngiti ‘a rujìna.

‘Mbròsiu. Marinai che mescevano come me / il Porto, non ne ha mai visti. / Il quartino per me / non è mai stato un palazzo: / a mare ci contavo la luna / e a terra ci versavo il vino. // Poi / dalle e dalle, / non seppi più riconoscere / la luna vecchia dalla luna nuova. // Ma dico, / Non ero sempre io, la Tigre / anche se con una sbornia da orso? / e quando mai si è visto una nuvola / spegnere il sole? // Eppure uno stile di vita come il mio / non fu capace di indovinare / dove comincia la rovina.

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Felipe

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Alla fine della seconda guerra mondiale Maratea era in condizione di povertà assoluta, come d’altronde tutti i paesini del sud. I giovani erano in guerra ed il paese era abitato da donne ed anziani. La terra era in totale stato di abbandono e persino il mare era particolarmente avaro.

I giovani che fortunatamente tornavano dalla guerra, dopo l’abbraccio con i familiari restavano sgomenti nel vedere il totale abbandono che li circondava e le prospettive per il futuro erano tutt’altro che rosee. Non restava che la via dell’esilio. L’America era il sogno da raggiungere e la strada più corta era quella di raggiungere parenti o amici che già erano emigrati precedentemente e che si erano più o meno sistemati. Bisognava trovare i soldi per pagarsi il viaggio per imbarcarsi sul bastimento che partiva da Napoli. Quasi per tutti il grado di istruzione era modesto, le prime due o tre classi elementari fatte pure saltuariamente quindi le possibilità di trovare un lavoro decente erano proprio poche.

Felipe era un giovane del porto, piccolo di statura ma molto sveglio di carattere, aveva perso suo fratello in guerra, affondato insieme al sommergibile dove era imbarcato e conservava in tasca il foglio di giornale che recava la notizia dell’affondamento del sommergibile con tutti i nomi dei caduti compreso quello di suo fratello.

Tornato dalla guerra aveva iniziato a pescare per procurare da mangiare alla sua famiglia, fatta solo di donne visto che suo fratello era morto. Luigina e Franceschina, sue sorelle, energiche come lui, lavoravano tutta la giornata vendendo i pesci, tagliando l’erba alfa con la quale facevano i libani, corde vegetali usate a mare e raccogliendo i mazzami, legni che il mare trasportava sulla spiaggia. Nonostante tutto questo lavoro, a stento si riusciva a mangiare una volta al giorno, troppo poco e quindi ogni famiglia si adoperava a conservare tutti i soldi possibili per raggiungere il prezzo del biglietto affinché potesse mandare in America almeno un familiare con la speranza di essere o richiamati o di ricevere delle rimesse periodiche per potersi garantire almeno il cibo. Passato il tempo necessario per raggiungere la somma occorrente per l’acquisto del biglietto Felipe va in America e raggiunge dei suoi parenti che lo ospitano per un poco ma poi subito gli fanno capire che deve arrangiarsi da solo. Lui capisce subito che nel suo futuro c’è una capanna di cannucce costruita abusivamente su una collina ai margini della città di Caracas, capitale del Venezuela. Tra un espediente e l’altro passa il lungo soggiorno americano di Felipe, non poté mai tornare in Italia per i soliti problemi economici visto che non tutti facevano fortuna, alcuni, come lui, dovevano accontentarsi di vivere o spesso, di sopravvivere.

Il suo colpo di fortuna – si fa per dire – consistette nel fatto che visse nel suo rancito tanti anni da acquistarne il diritto di proprietà e quando lo Stato venezuelano, dovendo urbanizzare la zona, glielo espropriò, dovette pagargli il suolo.

Fu così che si procurò i soldi per poter tornare, ormai vecchio, nella sua Maratea dalle sue sorelle.

Io l’ho conosciuto al suo ritorno in Italia dopo oltre quarant’anni di assenza. Non parlava venezuelano, non parlava italiano, non parlava il dialetto del porto ma una miscela delle tre lingue parlate senza usare segni di punteggiatura. Parlava a raffica e ogni discussione iniziava sempre con: “ mira hombre…”.

La sua famiglia si è adoperata subito per trovargli una sistemazione e alla fine sono riusciti ad organizzare una stanzetta tutta per lui, purtroppo mancava il bagno ed un parente, studiando i vari scarichi che passavano sotto la casa, gli montò una tazza in un angolo della sua stanzetta. Rimasi molto male quando l’andai a trovare e vidi il bagno a vista, puzza compresa. Mi adoperai per fargli fare le varie pratiche per ottenere la pensione sociale e lo raccomandai ad amici per accelerarne l’iter.

Effettivamente non dovette aspettare molto per ottenerla e lui ne fu particolarmente contento. Pur essendo ultraottantenne saliva e scendeva dalle barche con destrezza ed era sempre di buon umore. Poiché molto probabilmente la glicemia era alta, mangiava spesso e cacciava dalle sue ampie tasche grappoli interi di uva, pesche e pere mature sempre intere e noi lo prendevamo in giro.

Mi ricordo che un giorno si lamentava del fatto che tutti avevano avuto un aumento di pensione di 50.000 lire tranne che lui; feci verificare e si accorsero che aveva comunicato dei dati sbagliati per cui ci sarebbero stati ulteriori ritardi infatti ebbe l’aumento dopo oltre un anno di attesa. Rimasi sorpreso e triste quando mi chiese come doveva fare per comperarsi un posto al cimitero visto che aveva avuto anche gli arretrati. Io lo sgridai e gli dissi che quei soldi se li doveva godere, per pensare alla sepoltura c’era sempre tempo e poi una volta morto un posto vale l’altro. Lui mi rispose che almeno da morto voleva riposare in pace.

Un giorno tornò da mare, mi venne vicino e mi diede una busta di pesce contenente un’aragosta, un paio di cicale di mare e un paio di lucerne di mare ancora vive, pesci speciali per fare la famosa zuppa di pesce. Parlando sempre a raffica mi fece capire che li dovevo portare all’amico che lo aveva aiutato ad ottenere la pensione. Invano cercai di dissuaderlo dicendogli che non ce n’era assolutamente bisogno, che era un suo diritto ecc. ecc. Lui si offese ed io fui costretto a portare il pesce a questo amico che lo ringraziò e la sera stessa lo mangiammo insieme con le linguine.

Un amico medico che l’estate viene ad abitare vicino la sua casa lo teneva in cura, nel senso che gli faceva una visita e lo consigliava sui farmaci da prendere e sulla dieta da fare, lui però non teneva molto conto dei suoi consigli. Un anno questo medico gli portò in regalo un bel paio di scarpe che però risultarono due o tre numeri più grandi del suo piede. Lui, per non fare dispiacere al dottore gli disse che andavano benissimo e se le mise pure.

Quando lo vedemmo camminare come un papero, prima ci fece ridere, poi pensare.

Dopo breve malattia Felipe tolse il disturbo in punta di piedi, lasciandoci come insegnamento l’esempio che si può vivere sereni pur non avendo quasi nulla, ricchi della pensione sociale e della luce del sole che, per fortuna, splende per tutti.

Grazie Felipe

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Zu Monico

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Tra i tanti marinai del porto ormai passati emerge la figura di Zu Monaco. Umberto Zaccaro, questo era il suo nome, abitava nella casa più vicina al mare, sulla spiaggia, quasi a mantenere un contatto continuo ed epidermico con quell’elemento che non abbandonerà mai. Aveva un carattere forte e deciso, nelle discussioni voleva sempre averla vinta lui perché si reputava il più bravo e il più esperto in assoluto e in alcuni campi lo era per davvero.

Io l’ho conosciuto quando era già anziano e gli altri marinai già raccontavano episodi della sua vita, passata sempre in continua competizione con gli altri e custode geloso dei segreti del mestiere. Mi raccontava Juccio, un altro marinaio, che una volta stavano pescando al largo di Fiumicello – una località vicino al porto – le alici con la lampara. Due erano le barche che pescavano e nonostante ci fossero tantissime alici non le riuscivano a prendere a causa della corrente che era talmente forte da non consentire alle barche di girare intorno al branco con la rete. Avevano fatto vari tentativi tutti falliti, la rete veniva deviata dalla corrente e il branco di pesci ne restava sempre fuori. Gli equipaggi di ambedue le barche erano stremati dall’enorme lavoro per giunta infruttuoso.

Ad un tratto Zu Monaco ebbe un lampo di genio, calò la rete in modo insolito ma producente, catturò tre o quattro quintali di alici in una sola cala. Il capobarca dell’altro equipaggio, Juccio appunto, resosi conto che Zu Monaco era riuscito a prendere le alici, si avvicinò e chiese ad alta voce come bisognava calare la lampara. Dalla barca di Zu Monaco nessuno rispose, allora, quasi implorando ripeté la domanda; dopo poco un marinaio di Zu Monaco gridò: ”cala mpronti rema “ – cala controcorrente -

Il giorno dopo il marinaio fu sbarcato e si racconta che fu pure malmenato in quanto aveva svelato al concorrente il sistema per pescare le alici in condizioni estreme.

Tra me e Zu Monaco c’era una stima reciproca, io usavo tutte le buone maniere, dandogli del “ Vui “ e lui mi diceva che ero intelligente e che potevo imparare.

Il primo impatto che ebbi con lui però non fu tra i migliori.

Avevo sette anni ed era il periodo natalizio, stavo allestendo a casa, insieme ai miei fratelli ed ai miei genitori sia l’albero di Natale che il Presepe. Quest’ultimo era a buon punto e mio fratello mi disse che bisognava andare a prendere sulla spiaggia della sabbia fine e pulita per fare le stradine. Prendo il secchio e scendo in spiaggia, la spiaggia al Porto era grandissima e la sabbia in alcuni punti era sottilissima, in altri un po’ più a ciottoli e vicino al fiume che la solcava verso ponente era a ciottoli rotondi.

Mi dirigo verso la parte della spiaggia dove la sabbia era più sottile, mi riempio il secchio e mi avvio verso casa passando proprio davanti quella di Zu Monaco. Lui era davanti la porta ed aveva seguito ogni mia mossa, mi chiama e mi dice:” Se la lasci qua la sabbia è di tutti, se te la porti a casa diventa solo tua. La sabbia è di tutti quindi svuota il secchio e vattene a casa”. Senza dire una parola, deluso e mortificato svuoto il secchio e me ne torno a casa.

I rapporti migliorarono col tempo e spesso ci ritrovavamo a pescare con la canna insieme. Tante volte pescavo più pesci di lui perché più giovane e quindi più tempestivo nel ferrare le occhiate e i cefali, lui era bravissimo con i saraghi perché più paziente nell’attesa. Quando ero presente era sempre un poco burbero con me però con gli altri, in mia assenza, parlava di me in modo positivo. “Tridici cocci è svegliu” così soleva dire. “Tridici cocci” era il mio soprannome.

Un giorno andai con lui e con Michele, un mio coetaneo, a togliere una coffa che lui aveva calato al largo di Fiumicello la sera precedente. Lui toglieva la coffa dal mare ed io e Michele ci alternavamo ai remi. La coffa è un sistema di pesca fatto con degli ami legati ad un filo di nylon lungo un migliaio di metri ai quali si innescava o pezzi di polipo o pesci azzurri (in genere alici o sarde).

Essendo le prime volte che avevamo ottenuto l’onore di andare a pesca con lui eseguivamo alla lettera le indicazioni che ci impartiva, consapevoli di essere costantemente sotto esame. Avevamo già preso un dentice di un paio di chili quando Zu Monaco ci allerta dicendoci che era abboccato un grosso pesce, per giunta vivo, visto che tirava la lenza con violenza. Remavo con molta attenzione mentre Michele preparava il gancio e sbirciava verso il fondo del mare per vedere il pesce che combatteva.

Anche io mi sono sporto dalla murata della barca per cercare di vedere questo pesce che doveva essere enorme visto il lavoro e lo sforzo che faceva Zu Monaco nel tirare il filo, immediatamente è arrivata la sua sgridata e l’ordine di “ siare a poppa” remare cioè verso poppa per agevolare il suo lavoro. Peschiamo alla fine, dopo avere spezzato anche il vecchio gancio, un dentice di venti chili, il più grande che io abbia mai visto ancora oggi.

Crescendo in quell’ambiente marinaro anche io imparavo quelle furbate che servivano per rubare il mestiere visto che nessuno era disposto ad insegnartelo. Volevo imparare a rattoppare le reti e con un ago speciale – la crocella – mi accingevo a riparare i buchi di una rete tutta rotta appesa vicino al bar dei marinai proprio sul porto. Quando poi passava un marinaio a controllare il lavoro e vedeva i buchi che avevo riparato, mi sgridava perché avevo fatto “il piede”, avevo cioè sbagliato. Mi procurai un pezzo di rete di una decina di metri, l’appesi sotto il bar e ogni tanto, quando c’era Zu Monaco me la mettevo a rattoppare.

Lui, con fare molto distratto guardava sott’occhio quello che combinavo ed io, accorgendomene, facevo ancora di più errori grossolani che provocavano la sua pazienza e alla fine mi tolse la crocella dalle mani, mi chiamò ad alta voce “CIUCCIU “ e cominciò ad aggiustarmi quella rete che era di colore marrone, mentre il filo che usava era bianco, in maniera così precisa e perfetta che venne poi presa come modello. Le parti bianche della rete superavano quelle marroni tanto era stato il suo intervento di restauro.

Quanti pesci pescai con la rete “incazzillata” che mi aveva fatto Zu Monaco! La mettevo la sera tra due scogli dove c’era il passaggio dei cefali e delle salpe. Al mattino spesso la trovavo piena di pesci ed io non disdegnavo di vantarmi della bella pescata mostrando a tutti il pesce appena preso, in barba agli insegnamenti che volevano che si nascondesse per evitare le pericolose invidie. Fatto sta che un bel mattino non la trovai più dove l’avevo posizionata.

Zu Monaco era considerato da tutti molto furbo e scaltro e raccontavano i marinai, divertiti e soddisfatti, di un pescivendolo calabrese che era riuscito a fregarlo.

Venne un giorno al porto un calabrese che aveva da poco aperto , verso Diamante, paese calabro, una salagione e parlò con i marinai per contrattare l’acquisto delle alici. Offrì un buon prezzo e un regolare contratto registrato. Zu Monaco accettò il contratto impegnandosi a vendere, al prezzo pattuito, tutte le alici che pescava ed il signore sottoscrisse che avrebbe acquistato tutte le alici adatte alla sua salagione. Sembrava tutto regolare ma un giorno che si pescarono tantissime alici ed il loro prezzo crollò, Zu Monaco si vide rifiutato l’acquisto del suo pescato perché il calabrese non l’aveva reputato “ Adatto alla sua salagione”.

Dovendo decidere lui quali pesci erano adatti o meno alla sua salagione il furbone era sempre libero di decidere se comperare o meno il pesce mentre il venditore era condizionato a venderlo solo a lui.

Zu Monaco comunque con questo contratto aveva insegnato a vendere il pesce oltre il confine di Maratea usando il treno merci come veicolo di trasporto verso i paesi vicini.

Morì colpito da malore mentre si accingeva a tirare la sua barca sulla spiaggia.

Occupa tutt’ora un posto importante nella storia del nostro piccolo borgo marinaro.

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andrea

Andrea

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All’inizio degli anni ‘60 iniziai a fare la pesca subacquea. I mezzi erano molto rudimentali ma i pesci nel mare non mancavano. Avevo una maschera ereditata da mio fratello, molto vecchia, con il vetro lesionato e la gomma ingottata. Ogni momento dovevo togliere l’acqua che vi entrava e mi faceva bruciare gli occhi. Il vetro era sempre appannato ed io stavo sempre a sputarci sopra, così si usava spannare le maschere. Avevo una sola pinna n° 42-44 di colore nero, ricucita nel tallone ed ingottata ma con essa al piede mi sembrava di volare. Tre stecche di ombrello legate assieme facevano da arco mentre un’altra appuntita faceva da fiocina. Triglie e polipi erano il mio bersaglio preferito. I saraghi li colpivo spesso ma non restavano legati alla fiocina, divincolandosi si staccavano ed io li inseguivo fino a quando non scomparivano tra gli scogli o tra le alghe, raramente riuscivo a riprenderli.

Ad un paio di metri dalla riva della spiaggia del porto c’era un dislivello, si chiamava il gradone che aveva un paio di metri di profondità, su questa linea si svolgeva la mia pescata. Mai tornavo a casa senza pesci, mia madre mi sgridava sempre perché diceva che era pericoloso e voleva che non dovessi pescare mai da solo. Questo problema si risolse quando prese in fitto una stanzetta, proprio sulla spiaggia, Andrea, un ragazzo di Maratea, figlio di gente facoltosa, che amava fare la pesca subacquea.

Aveva una vistosa cicatrice proprio sopra un polmone causata dallo scoppio di un ordigno bellico che aveva ammazzato un suo fratello e ferito lui. Evidentemente la ferita non gli aveva danneggiato tanto il polmone in quanto aveva un’apnea che superava i due minuti. Nella sua minuscola stanzetta teneva la sua attrezzatura subacquea, un fucile a molle che si chiamava “cernia sport“ molto lungo e dall’aria minacciosa, per caricarlo bisognava sudare tanto era lunga e dura la sua molla. Poi maschere, pinne, fiocine, arpioni, una muta e un paio di cinghie piombate. Un anziano marinaio del porto, Giseppo, spesso gli prestava la propria barchetta a remi per andare a fare la pesca subacquea e ci voleva un ragazzo che lo doveva seguire remandogli dietro.

Io, pur di stare a mare avrei fatto di tutto e mi offrii di remare e seguirlo con la barca. La prima volta volle il consenso di mia madre, che arrivò dopo mille raccomandazioni, tramite mio fratello Pinuccio. Non stavo nella pelle nel vedere quelle pinne nuove e lunghe, fucili a due colpi, maschere stupende e la possibilità di poterle usare, anche se per poco tempo. A raggiungere la zona di pesca ci pensava lui remando con vigore consapevole che ero ancora troppo piccolo per condurre a lungo quella barca ma appena si tuffava in acqua io diventavo padrone della barca e mi adoperavo a seguirlo con molta attenzione.

Non era un compito facile perché spesso cambiava direzione, si immergeva per poi ricomparire molto distante e quando riemergeva con qualche pesce infilzato alla fiocina mi dava fretta di raggiungerlo perché era impaziente; in quel frangente io mi imbranavo, non riuscivo a remare bene, la barca diventava ad un tratto pesantissima ed impiegavo sempre più tempo del dovuto. Lui prima imprecava un poco, poi appena il pesce era a bordo sorrideva e mi prendeva in giro dicendomi che ero un “cucco”.

Ogni volta che tornavamo a terra mi regalava sempre uno o due pesci da portare a casa, si trattava spesso di saraghi corvine e cerniole. Di cernie ne prendeva tante e grandi, una di esse pesava 22 chili, era un mostro, per salirla se l’era abbracciata e le sue spine dorsali gli avevano bucato la muta e il petto mentre le branchie gli avevano tagliato le mani, ma lui non aveva affatto mollato la presa. Conosceva bene il fondo del mare e le tane delle cernie che visitava con grande temerarietà.

Mi disse una volta che conosceva una tana di cernia molto profonda che a metà del tunnel doveva riemergere sotto lo scoglio dove c’era una bolla d’aria, respirare dentro la bolla per poi ritornare indietro. Questo fatto mi fece paura perché pensavo che io non sarei mai riuscito a respirare al buio dentro una bolla d’aria vecchia di chissà quanto tempo. Solo una grandissima mareggiata avrebbe potuto permettere il ricambio di quell’aria. In quella tana ogni anno prendeva 2 o 3 cernie di sette-otto chili ciascuna.

Quando durante la pesca si stancava, saliva a bordo e si metteva a sonnecchiare sopra la prua. Per me era il momento migliore, buttavo subito l’ancora che consisteva in un sasso legato ad un libano (corda vegetale di produzione locale) e mi prendevo la sua maschera, le sue pinne che mi andavano larghissime, mi facevo caricare il suo fucile più piccolo, una “saetta A“ che usava per la pesca in tana ed aveva una fiocina a tre punte con la quale mi sentivo un leone. Spesso sparavo dei grossi polipi nelle tane e poi non riuscivo a togliere la fiocina dal buco, dopo vari tentativi mi finiva il fiato e sfinito ritornavo sulla barca e pregavo Andrea di andare a recuperare sia il fucile che il polipo.

Lui non amava rituffarsi per recuperare un semplice polipetto e un giorno mi diede un pezzo di sigaro e mi disse di ficcarlo nella tana del polipo ed aspettare la sua fuoruscita. Così fu e da quel giorno portai con me sempre un mozzicone di sigaro ed un pezzo di verderame che faceva lo stesso effetto.

Andrea aveva una fidanzata che imbarcava sugli scogli e se la portava in zone appartate perché la cosa non era ufficiale. Io ero suo complice e spesso mi toccava tenere la luce, assistere cioè alle loro effusioni, in verità mai troppo osé, spesso mi diceva di andare a pescare con la sua attrezzatura ma che non mi dovevo recare da lui a ricaricare il fucile quindi andavo con l’arco fatto di stecche d’ombrello. Molto spesso i marinai ci venivano a cercare per portare Andrea a scarammare il filaccione arrancato.

Quasi sempre quando le cernie abboccavano se ne rientravano nelle loro tane rendendo impossibile ai marinai il recupero della lenza. Toccava ad Andrea in questi casi, entrare nelle tane e scarammare il filaccione con la cernia ancora abboccata. I marinai ringraziavano e volevano pagare Andrea magari regalandogli un pezzo di cernia ma lui non voleva mai nulla. Questo compito, quando sono cresciuto l’ho ereditato io, non con la stessa maestria ma mi sono sentito onorato della fiducia concessami.

Quando il mare era un poco mosso mi tornava difficile seguire Andrea, a volte lo perdevo di vista, lui quando si accorgeva che non lo seguivo più, mi aspettava e si faceva vedere alzando il suo lungo fucile, ma a volte, preso dalla pesca non si accorgeva nemmeno lui di non essere più seguito e una volta mi sono disperato perché non lo trovavo davvero più. Dopo lunghe e infruttuose ricerche me ne sono tornato da solo al porto piangendo sicuro che fosse morto annegato. E’ ricomparso invece al porto nuotando per un paio di miglia e camminando sugli scogli con tutto il suo armamentario e quando mi ha visto mi ha pure sgridato.

Il destino aveva però deciso che Andrea doveva veramente morire, molti anni dopo, proprio in quel mare che aveva tanto amato, mentre faceva pesca subacquea, per un incidente o forse per un malore.

Il suo volto bonario aleggia sempre in tutte le menti della gente che lo ha conosciuto e un’associazione di subacquei porta il suo nome.

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Mastarricu

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Mbradimàri,

a matìna prestu,

jinghìsi ‘u sicchiu

p’ annacquà ‘u guzzu.

Ogni sicchiàta

parì ‘nu vasu,

‘na carìzza,

a prua e mmuràta.

Po’ ‘a vita

t’ alluntanèviti d’ ‘a mbrajàta

e ti vidìa,

ogni matìna,

cu ‘u sicchiu

ca jisi adacqènnu

fiuri d’ ‘i tavùti

‘nu campusàntu.

Nonn appìvi tempu

Gennarì,

‘i ti dici

ca i fiuri ‘i za Lisetta

èrinu, com’ ’i varche novi d’ ‘u portu,

plastica sopraffina:

acqua nonni vonu!!!

Mastarrìcu. In riva al mare, / al mattino presto, / riempivi il secchio / per bagnare il gozzo. / Ogni secchiata / sembrava un bacio, / una carezza, / a prua e murata. // Poi gli eventi / ti allontanarono dalla rena / e ti vedevo, / ogni mattina, / col secchio / che andavi bagnando / fiori di lapidi / al camposanto. // Non ebbi tempo / Gennarì, / di dirti / che i fiori di zia Lisetta / erano, come le barche moderne al porto, / plastica sopraffina: / non richiedono acqua!!!

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