Monthly Archives: novembre 2009

Proverbi marinari

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In questa sezione vi proponiamo alcuni proverbi marinari. Molti di essi non sono di grande utilizzo al di fuori della cerchia portaiola e la perizia e la pazienza di registrarli che ebbe Aldo ci induce, per non perderne memoria, a riorganizzarli, spiegarli e renderli di nuovo pronti alla parlata corrente. Nei detti sta gran parte della cultura e civiltà popolare. Un tesoro di inestimabile valore che non possiamo permettere deperisca sotto i colpi della attuale foia esterofila, italiana che sia o, peggio ancora, nel disprezzo dell’ indifferenza. A mare, come in tutti i posti dove la vita è in continuo forse, vige l’imperativo dell’uso parsimonioso delle risorse così, anche quelle che sembrano frasi fatte, modi di dire vecchi, roba da antichi, non sono altro che la forma minima e omnicomprensiva di una cultura sopraggiunta a noi ancora implorante salvezza. Per rafforzare questo nostro intendimento abbiamo voluto creare un parallelismo, che pure di fatto è esistito in concreto negli anni passati, con la marineria per eccellenza del nostro Sud: quella di Sorrento. D’altra parte i nostri marinai hanno sempre preferito, quando le condizioni economiche lo permettevano, recarsi personalmente, nella città della costiera, e ordinare al maestro d’ascia, uno dei fratelli Aprea, il gozzo o, quantomeno, ‘na lanza. Perciò non vi sembri strano leggere, nei commenti, il riferimento quasi puntuale a questo o quel detto sorrentino. Avremmo potuto scegliere qualsiasi marineria del mondo: non avremmo sbagliato. Ma Sorrento, che è legata a filo doppio col nostro porto, un pó, è anche casa nostra.

Chistu è scogliu ca no ffà nì lippu e nì pateddi
(Questo è scoglio che non fa né muschio né patelle)
Col proverbio si intende una persona o una situazione completamente improduttiva, quindi inutile…

Siràta ‘i marzu e maitinàta d’aprili.

(Serata di marzo e mattinata d’aprile)

Un tempo, quando le alici si pescavano prevalentemente con la rete detta menaide, i pescatori di solito facevano, nel mese di marzo e di aprile, diverse cale. A marzo si usciva di sera e si calava fino a mezzanotte; ad aprile si calava da mezzanotte all’alba. Con questo proverbio si indica il tempo della pesca alle alici con la menaide.

Quannu nivica navica, ma dopu nivicàtu fatti truvà tiràtu.

(Quando nevica naviga, ma dopo nevicato fatti trovare con la barca in secco)

Per quanto una nevicata sia un fenomeno piuttosto raro al Porto, con il proverbio si voleva indicare che durante la precipitazione nevosa il tempo è, in qualche maniera, stabilizzato. Pertanto chi è intento a navigare non deve fare altro che continuare a farlo per giungere a destinazione. Questo perché generalmente al termine della nevicata il tempo ha un brusco peggioramento con forti venti da mare o da terra. A Sorrento esiste un proverbio simile per assonanza ma con senso più generico: “quanno tu naveche naveca e quanno hè navecato fatte truvà saruato”.

Arretu ‘u scogliu ‘u mari è coma l’ogliu.

(Dietro lo scoglio il mare è come l’olio)

Il riferimento è fin troppo esplicito: chi va per mare deve sempre tener da conto un buon riparo. Anche uno scoglio può offrire, sottovento, un ottimo riparo.

‘U ventu ‘i tramuntàna ti scippi lli pisci ‘a ‘int’ ‘u panaru.

(Il vento di tramontana strappa i pesci dal cesto)

La tramontana, in questo caso, coincide con il maestrale, forte vento da nord-est che si caratterizza per la sua tagliente freddezza. In questo proverbio la sua forza è così palese da riuscire a “togliere” i pesci dal cesto.

Quannu ‘u mari fa funtana o è scirocco o è tramontana.

(Quando il mare fa fontana o è scirocco o è tramontana)

Il fenomeno che il detto descrive si verifica quando il moto del mare è caratterizzato da onde piccole che determinano la cosiddetta “maretta”. Sul bagnasciuga questo moto ondoso crea delle piccole pozze da cui fuoriesce come uno zampillio di fontana. Ciò predice un vento di scirocco o tramontana.

Cu’ mari e cu’ venti no’ tti fa’ valenti.

(Con mare e con venti non farti spavaldo)

Definirei questo proverbio come il proverbio del rispetto. Nella sua semplicità e chiarezza è la grande lezione più volte sentita dai nostri marinai e sempre sottovalutata dai giovani o, peggio, biasimata quale dimostrazione di paura. Ogni spavaldo, incosciente o terrazziere che non ne abbia tenuto conto porta il saldo di questa sua imperizia sulla propria pelle. Ci piace ricordare qui, uno dei tanti proverbi sorrentini ce può bene fare il verso a questo e anche rafforzarne il senso: “nu’ nce sta marenaro c’ a mmare nu’ po’ affocare”

U mari no’ tteni taverna.

(Il mare non ha taverna)

E’ questo un notissimo proverbio che mette ben in guardia lo sprovveduto dall’avventurarsi in mare senza averne le dovute conoscenze e la necessaria perizia. L’equivalente sorrentino, per rafforzare questa avvertenza utilizza la figura popolare di Pulcinella. Infatti si dice: “Pe’ mmare nu’ nce stanno taverne, dicette Pulecenella”. Tirando in ballo la maschera napoletana si invitano paurosi e maldestri, quelli che Cilardùzzu avrebbe bollato come “terrazzieri”, a stare alla larga da un ambiente non adeguato alla loro natura.

Trupìa ‘nterra vunàzza a mari.

(Temporale a terra bonaccia a mare)

La trupìa è il classico temporale estivo. Per quanto forti e intensi siano questi fenomeni a terra, a mare risulta una bonaccia tipica dell’alta pressione.

Cu va pì stu mari sti pisci pigliti.

(Chi va per questo mare questi pesci piglia)

Il senso di questo proverbio è moraleggiante e più che riferirsi, come un altro proverbio poi menzionato, alla pescosità del nostro mare vuole intendere che alla lunga non può che raccogliersi ciò che si è seminato.

No’ nge luna nova senza scirocco, tre jurni prima o tre jurni doppu.

(Non c’è luna nuova senza scirocco, tre giorni prima e tre giorni dopo)

Ad ogni nuova lunazione, per tre giorni che la precedono o per i tre che la seguono, cioè fino a che la luna si dice al quinto quarto, di solito al mattino soffia vento da scirocco. Se il tempo è buono, durante la giornata il vento, seguendo il sole, girerà dapprima da libeccio e poi da ponente. Viceversa, permanendo il vento da direzione sud-ovest, è il segno del cattivo tempo imminente. A Sorrento si usa arricchire il detto con un riferimento galante al gentil sesso. Infatti si recita: “nun c’è quinto senza scerocco e né femmina senza nocche: tre juorne primmo o tre juorne aroppo”. A dire che la puntualità dello scirocco alla nuova luna è garantito come lo sono gli ornamenti di cui le donne fanno uso per il loro vestiario.

Maistu ‘i sira scirocco ‘a matina.

(Maestrale di sera scirocco la mattina)

Soprattutto d’inverno il maestrale che soffia forte di sera è indizio di tempo che volge al peggio. Infatti l’esperienza maturata in secoli di osservazione di fenomeni atmosferici fa ritenere che al mattino successivo il vento avrà mutato direzione ponendosi da scirocco e, rinforzando, porterà con sé il cattivo tempo. E’ curioso notare che a Sorrento, località particolarmente esposta a nord-ovest, il maestrale sia anche detto

“’a vocc’ r’ ‘o ‘nfierno”.

Quannu ‘a chiaga taci o scirocco o tramuntana.

(Quando la piaga tace o scirocco o tramontana)

Questo detto capovolge le certezze che volevano ossa e ferite dolenti in prossimità di cambio di tempo. In questo caso se la piaga non infastidisce non v’è certezza di bel tempo tanto che se non è scirocco sarà tramontana.

Quannu lampi d’ ‘a montagna piglia ‘a zappa e vva guadagna.

(Quando lampeggia dalla montagna prendi la zappa e vai a guadagnare)

Lampi e tuoni che si palesano e annunciano dalla montagna sono chiaro segno che il cattivo tempo non è che una semplice scaramuccia: durerà poco. Pertanto chi volesse provvedere al proprio sostentamento e a quello della famiglia deve recarsi al lavoro usato. A conferma di quanto detto, a Sorrento si utilizza un proverbio più ricco di dettagli: “Quanno scura ‘a muntagna, piglia ‘a zappa e va’ guadagna; quanno scura ‘a marina, piglia ‘o pignato e va’ ‘ncucina”.

Quannu lampi d’ Amantia piglia ‘a zappa e vva fatija.

(Quando lampeggia da Amantea piglia la zappa e vai a lavorare)

Il senso di questo proverbio è identico a quello sopra descritto. Il cattivo tempo è già passato e si può riprendere il lavoro.

Quannu lampi da lu capu piglia ‘a zappa e vva curcàtu.

(Quando lampeggia dal capo piglia la zappa e vai a coricarti)

Viceversa, rispetto al precedente detto, quando si vedono lampi a nord, oltre il capo Palinuro, è del tutto inutile affannarsi in lavori e fatiche. La pioggia e la tempesta stanno per arrivare, meglio riposare.

L’ariu s’è fattu monacu, ‘u mari truzzulìa nelle Calabrie, il lupo è in campagna.

(L’aria s’è fatta cupa, il mare batte le Calabrie, il lupo è sceso in campagna)

In questo detto è concentrato tutto il peggio della meteorologia: l’aria si fa cupa e nera e assume l’aspetto di un monaco ricoperto dal suo saio; il mare spinto dal forte vento si ingrossa e infrange i suoi flutti verso sud, in Calabria; finanche il lupo, affamato, è spinto dalla neve a procacciarsi cibo a valle.

Quannu Malipirtùsu cacci friscu è bontempu.

(Quando da Malipirtùso soffia vento fresco è buon tempo)

Uscendo dal porto e navigando verso levante, dopo aver superato l’isola di Santo Janni, si può notare sopra l’abitato di Marina una sorta di canalone. E’ il suddetto Malipirtùsu, ossia il “cattivo pertugio”. Il vento che proviene da questo canalone, se a folate fresche e tese, è indizio di buona stagione.

A varca ca t’arriviti ti passi puru.

(La barca che ti raggiunge ti supera anche)

Pare evidente: la differenza di velocità che consente alla barca che insegue di raggiungere quella che la precede non può che permettergli di superarla.

Mari Tirrenu, mari senza pisci.

(Mar Tirreno, mare senza pesci)

Più che un detto è amara e consolidata considerazione. O l’alibi, come avrebbe detto Cilardùzzu, dei terrazzieri?

Si dissiru li missi a palermita, no’ nzì cantinu cchiù missi cantàti.

(Si dissero messe a palermita, non si cantano più messe cantate)

L’origine del proverbio è arcana così come risulta di incerta provenienza il termine palermita. Il senso però è chiarito dal contesto in cui si utilizza. E’ l’equivalente del più noto e celebre proverbio latino: “il dado è tratto”. Nulla si può fare per migliorare la situazione.

L’acqua ca no risiedi no’ ffà llippu.

(L’acqua che non ristagna non fa muschio)

Il lippo non è altro che il greco lίpos, ossia il muschio che ricopre le rocce umide in prossimità della linea di marea. E’ chiaro che dove non vi è ristagno d’acqua non vi può essere muschio. Il traslato del detto potrebbe essere spiegato con un altro detto che diffida dal recarsi a pesca dove il fiume è sordo, ossia calmo, poiché il pericolo è in agguato. Alla stessa maniera chi ha carattere espansivo non può destare brutte sorprese: è ciò che appare, non nasconde insidie ricoperte di lippo.

Quannu ài paneddi trenta ‘aia stringi ‘a venta ca quannu nn’ài una ‘aia fa’ unu vuccùni.

(Quando hai trenta panelle devi stringere la cintura perché quando ne hai una devi farne un sol boccone)

Imparare a non sprecare risorse quando si sta relativamente bene è un postulato irrinunciabile per chi è chiamato dalla vita, nei momenti di ristrettezza, a saper fare un sol boccone di ciò di cui dispone per sopravvivere.

Tre ssu ‘i putenti: ‘u Papa, ‘u Rre e cu no’ tteni nnenti.

(Tre sono i potenti: il Papa, il Re e chi non ha niente)

E’ questo un detto che ricorda la famosa Livella di Totò, una livella però tutta terrena in cui solo la condizione di chi non ha nulla, e perciò niente da perdere, può gareggiare in potenza con i veri ricchi e potenti della terra.

Luna curcàta – marinàru aizàtu. Luna aizàta – marinàru curcàtu

(Luna coricata – marinaio alzato. Luna alzata – marinaio coricato)

Questo proverbio mette in relazione diretta le fasi lunari e le caratteristiche sembianze che assume la luna durante il loro svolgersi. Parimenti all’attività della luna corrispondono, in relazione alle stagioni e alla meteorologia, le attività umane. Così, quando la luna è in prossimità del solstizio estivo o invernale essa appare perpendicolare, ossia alzata, rispetto all’orizzonte; il tempo e le condizioni del mare consentono al marinaio di starsene tranquillo, dunque coricato. Viceversa, quando la luna sembra parallela all’orizzonte e siamo in prossimità del solstizio autunnale o primaverile, la variabilità di tempo e mare non consentono tranquillità al marinaio che deve stare ben sveglio e pronto ad intervenire. A Sorrento esiste, come a Genova, la versione “luna allérta, marenaro cuccato”.

Ariu chiaru nonn’ à paura ‘i troni.

(Aria chiara non teme tuoni)

Al di là del significato letterale che appare evidente e che ovviamente trova reale dimostrazione nella pratica quotidiana della marineria e non solo, è il senso morale che fa brillare questo detto. Non è, difatti, la persona retta e giusta che non può nulla temere dal suo impeccabile modo d’agire nei confronti degli altri? Per questi, come per l’aria tersa d’estate, non ci possono essere tuoni e rimbrotti all’orizzonte.

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Le parti della barca

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  1. Carrinòzzu (dal lat. Carina) = Chiglia (dal fr. Quille, trave longitudinale da poppa a prora, gen. Di olmo, faggio, rovere, quercia
  2. Taulàma o Fasciàma = Fasciame (dal lat. Fascis=fascio)

3-Cinta = fascia più alta della murata di una barca che si innesta con il ponte di coperta. (dal lat. Cinctus=cingere)

4- Scàrmu = SCALMO (dal lat. Scalmus, dal gr. Skalmòs derivato dalla radice skàllo = scavo)

5- Fàrchi = FALCA. Negli scafi in legno, tavola ricurva che corre lungo la parte superiore della murata rialzandola, in modo da impedire che l’acqua entri di sottovento. [Dal gr. Phálkés= costa di nave].

6- Prùda = PRORA. L’estremità anteriore della nave o di un’imbarcazione. [Dal genovese prua, forma fonetica regionale del lat. prora]

7- Pùppa = POPPA L’estremità posteriore d’una barca, d’una nave. [Lat. puppim].

8- Rota ‘i prùda e ‘i pùppa = RUOTA DI …L’elemento strutturale che costituisce la continuazione della chiglia nella prora e nella poppa dello scafo: navigare in fil di ruota.

9- Allèmu = ALLEGGIO,zaffo(tappo) o allievo(da allevare -levare acqua) : Foro praticato nella parte centrale della carena delle piccole imbarcazioni, per far defluire l’acqua che possa esservi rimasta quando la barca viene tirata in secco. [Dal fr. allège, der. di alleger 'alleggiare'].

10-Cuntrallèmu = ALLEGGIO DI PRORA

11-Pirtùsu ‘i l’albiru = MASTRA. foro per allocare l’albero.

12-Albiru = ALBERO

13-‘Ntinna p’ ‘a vila = ANTENNA DA VELA. Nell’attrezzatura velica, asta orizzontale di sostegno della vela latina.

14-Buccatùra = PARTE INTERNA DELLA PRORA [Lat. bucca 'guancia' e poi 'bocca']

15-Staminàle = ORDINATA. Nella costruzione navale, sezione trasversale della carena, con l’ossatura (o costa) dello scafo corrispondente.[dal gr. Stamìn, ìnos, trave, montante]

16-Cuntranèrvu = CONTRONERVO. fascia su cui poggia il pagliolo

17-Pagliòlu = PAGLIOLO. Il fondo interno di un’imbarcazione, costituito da tavole amovibili. La piattaforma di tavole di legno su cui venivano collocati i pezzi di artiglieria dei velieri. [Der. di paglia].

18-Tàvula a matèra e Vàngu = BAGLIO. Trave di sostegno del ponte della nave e di collegamento delle murate. [Lat. baiülus 'portatore, facchino']nel gozzo “banco” . La tavula a matera potrebbe essere anche intesa come paratia di mezzeria fra poppa e prua.[Lat. Materium, da matera ossia materia (in questo caso legno).

19-Mussatèlli = BISCIA.serie di buchi sulle ordinate a filo interno di carena per convogliare l’acqua di sentina verso prora o poppa. Forse da muso, piccolo muso.

20-Zangùni = ORDINATE A “V” sia a proravia che a poppavia. [Lat. mediev. zanca, affine al longob. zanka 'tenaglia'].

21-Sintìna = SENTINA. La parte più bassa del fondo di un galleggiante, in cui si raccolgono le acque e ogni altro liquido.[lat. Sentinam]

22-Scutillàru o scutiddàru= SCODELLAIO PROB. DA [Lat. scutella]. ripostiglio di prora

23-Capuròta = CAPO RUOTA. parte finale della carena a prora

24-Monachetta = MONACHETTO. PICCOLA BITTA. Nell’attrezzatura navale, ciascuna delle bitte a cui si avvolgono i cavi delle rizze per fissare le catene e le ancore. [Dim. di monaco]. Dal lat. tardo monachus, gr. mónakhos, der. di monázó ‘vivere solitario’, a sua volta der. di mónos ‘solo’].

25-Femminèdda = FEMMINELLA. anello di poppa in cui incernierare il timone.

26-Uglia = AGUGLIOTTO. Perno che entra nella femminella del timone e ne permette la rotazione. [Der. di aguglia dal lat. Volg. Acucula dim. Di acus=ago. Grosso ago per ricucire le vele.].

27-Timùni = TIMONE [Lat. tardo timo –onis, der. di temo –onis] traversa.

28-Iàcciu = Giaccio o agghiaccio.BARRA DEL TIMONE dal gr. Oiax,-kos “manovella del timone”

29-Muràti = MURATE . Ciascuno dei due fianchi della nave, al di sopra della linea di galleggiamento. [Femm. sost. di murato; nel sign. 1, in quanto alla fine del sec. XV, per difendersi dai colpi delle bombarde nemiche, i fianchi dei grossi navigli venivano protetti all'interno da un riparo fatto di mattoni e calcina sino al parapetto].

30-Sivu = SEGO o sevo . grasso per ungere le falanghe o otturare l’alleggio.[lat. Sebum]

31-Sassula = SASSOLA , SESSOLA o GOTTAZZA. Capace cucchiaia di legno per raccogliere a mano e gettare fuori bordo l’acqua contenuta nella sentina. [Der. di gotto Capace bicchiere per lo più fornito di manico: recipiente di raccolta dell'acqua di sentina. [Lat. guttus, forse dal gr. krthón, sorta di recipiente di raccolta dell'acqua di sentina.]

32-Rimi e palilli = REMI e PALETTI (pala). In genere con il primo termine si indicano i remi lunghi, con i quali si vogava in coppia in postazioni contrapposte (chi stava a destra vogava il remo di sinistra e viceversa). Il secondo termine (palilli) indicava i remi corti usati dal singolo vogatore.[lat.remus]

33-Cuddàri = Ginocchio. Da collare.Perché rivestito da cuoio a forma di collare su cui si lega lo stroppo.

34-Stròppulu = STROPPO Nell’attrezzatura navale, pezzo di cavo ad anello, utilizzato per legare oggetti ai quali debba esser consentito un certo movimento: per es., il cavetto che collega il remo allo scalmo. [Lat. Stroppus 'corda', che è dal gr. stróphos].

35-Falanga = IDEM . Tavola spalmata di cera o di grasso usata come scivolo per barche di legno. [Dal lat. phalanga 'rullo', che è dal gr. phálanks –angos 'tronco d'albero'].

36-Pàscima = DRITTO DI PRORA .Ultimo pezzo di legno della ruota di prora (anche di quella di poppa nei gozzi e lance non a poppa quadra). Forse genov. Pascima o da pascire(piccoli pezzi di legno atti a colmare gli spazi esistenti fra gli elementi di una barca in legno)

37-Sgazza = SCASSA alloggio per l’albero fra le ordinate sul fondo della sentina. Da s-cassa, ricavare una cassa per contenere. Dal lat. Capsam der. Capere, contenere.

38-Vanghìttu = MENSOLE DI SOSTEGNO DEL BAGLIO. Da banchetto.

39-Riturnèlli = FASCIA DECORATIVA INTORNO ALLA CINTA. Ritornello,motivo.

40-Nòtula = PEZZO DI LEGNO INCHIODATO SULLA FALCA SUL CUI DORSO SI RICAVAVA IL BUCO ATTO A CONTENERE LO SCALMO. Forse dal gr. Notos “dorso”

41-Puttagnòla = Tavola interna (serretta) di rinforzo fra ordinate e fasciame esterno. Nella lingua corsa esiste il termine piettagnula, ossia “nascosta”.

42-Matèra =ORDINATA che costituisce l’ossatura della barca nella sua parte verso chiglia. e’ unita con le ordinate dette “staminali” che giungono fino a termine della murata.dal lat. Materium ossia materia “legname”.it.MADIERE.

43-Frisu = forse dal lat. “phrygium” da cui fregio=decorazione.

44-Supraffrìsu =soprafregio. Tavola che copre il frisu.

45-Puntìllu = PUNTELLO. pezzo di legno usato come puntello per sostenere la barca in posizione verticale sulla chiglia una volta tirata a secco.

46-Manganèddu= asse cilindrico (manganello) rotante in legno atto a farvi scorrere le reti ed alleviare la fatica nel salparle a bordo e a non rovinare la murata dalla barca.dal gr. manganon

47-Rocciuli = Carrucola.sostegni in legno o ferro atti a sostenere il manganeddu. A forma di “p” venivano fissate in appositi buchi sulla falca. Nel buco centrale si inseriva il maschio dell’asse del manganeddu in modo che questo potesse girare. Prob. Il nome dalla forma a riccio del legno. Dal lat. Tròchlea, gr. Trohilion, trohos. Macchina con girelle.

48-Camenti =Comento. interstizio fra le tavole del fasciame riempito con la stoppa. Dal lat. Conventum “combaciamento” deriv. Di convenire “unirsi”. Anche ligure “comentu”

49-Calafatà = CALAFATARE. Riempire i camenti con la stoppa. Dal gr. Kalaphates o lat. Calefacere “riscaldare”

50- Caviglia = Cavicchio di legno durissimo, a forma di chiodo, per unire certe strutture degli scafi di legno. [Dal provenz. cavilla, e questo dal lat. clavicüla 'piccola chiave']. Buco praticato nella giuntura fra la ruota di prora e di poppa in cui si inseriva un pezzo di legno detto “caviglia” atto a rinforzare la struttura di vecchie barche e ad evitare infiltrazioni d’acqua.

51-Miniu = MINIO. Ossido salino di piombo, di color rosso, usato per la fabbricazione di vetri a piombo e per la preparazione di smalti e vernici antiruggine • lett. Belletto, rossetto. [Dal lat. minium 'minio, cinabro', di origine iberica].

52-Pittura ‘a ogliu = PITTURA ALL’OLIO DI LINO

53-Pittura ‘a virnìci = PITTURA CON OLII DI SINTESI

54-Guzzu = GOZZO. Barca con taglio ottuso di prua e poppa. Dal gr. Vyo o vyso.

55-Pedagna= Paramezzale. Tavole longitudinali poggiate sui madieri atte a sostenere il pagliolo e rinforzare il fondo dello scafo. Dal lat. Pedàneam femminile di pedàneus “che riguarda il piede”.

56-Curritùri=Ombrinale (dal gr. Ombrinòs “pluviale”). Corridoio per lo scolo di acqua piovana.

57-Truncùni= Girone. Impugnatura del remo

58-Abbunà= Abbeverare. Riempire d’acqua una barca tirata in secco in modo che il legno, dilatandosi, favorisca il restringimento del fasciame aumentandone l’impermeabilità.

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L’arrunzillata

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‘A terza aunnàta

è chidda cchiù forti,

a riggìna d’ ‘a libbicciàta:

zumpi llu molu

ch’ è ‘nu piacìri.

Rascki llu funnu

raghi pizu e àlichi,

vàuzi e preti.

L’ aspittàmmu p’ arrunzillà,

pi ni jìnghi ‘i nascki

d’ acqua salata

ca po’ ‘int’ ‘u piattu,

a ‘mmezujùrnu,

avìna sculà.

‘Nu mumèntu e ti truvàvisi sutta.

‘Na muntagna d’ acqua

t’ arravugliàviti comi ‘na pezza

e ‘u rispìru parì ca nonn abbastàvi mai.

Po’ iscì lla capu ‘mmènzu ‘a sckuma,

janca frijuta ‘i mari,

justu ‘ntempu p’ arrubbà ‘nu rispìru

e n’ ata aunnàta ériti ggià ‘ngoddu.

L’arrunzillàta. La terza ondata / è quella più grande, / la regina della libecciata: / salta il molo / che è un piacere. // Raschia il fondale / trascina muschio e alghe, / massi e pietre. / L’aspettavamo per arronzillare*, / per riempirci le narici / d’ acqua salata / che poi nel piatto, / a mezzogiorno, / sarebbero scolate. // In un momento ti trovavi sotto. / Una montagna d’acqua / ti arrotolava come una pezza / e il respiro sembrava non bastare mai. // Poi la testa usciva in mezzo alla schiuma, / bianca frittura di mare, / giusto in tempo per rubare un respiro / e un’altra ondata ti era già addosso.

* Fare il bagno col mare grosso abbandonandosi alla forza delle onde.

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